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Calcoli renali

calcoli renali sono aggregati solidi di sali minerali che si formano nelle vie urinarie a partire da sostanze normalmente disciolte nell’urina. Quando si spostano verso l’uretere possono ostruirlo e provocare la colica renale, un dolore acuto e intenso al fianco che si irradia verso l’inguine. La maggior parte dei calcoli di piccole dimensioni viene espulsa spontaneamente nell’arco di alcune settimane, con il supporto di farmaci per il dolore e, quando indicata, di una terapia che ne favorisce il passaggio. La colica associata a febbre è invece un’emergenza e richiede una valutazione immediata. Dopo un primo episodio il rischio di recidiva è elevato, il che rende la prevenzione parte integrante della cura.

Cosa sono i calcoli renali

L’urina contiene sali minerali disciolti. Quando la loro concentrazione aumenta, o quando vengono a mancare le sostanze che ne impediscono l’aggregazione, questi sali possono cristallizzare e formare nel tempo concrezioni solide. È il fenomeno noto come calcolosi renale o nefrolitiasi.

I calcoli si formano nel rene e possono restarvi anche a lungo senza dare disturbi. I problemi iniziano quando si mettono in movimento e imboccano l’uretere, il canale sottile che porta l’urina dal rene alla vescica: qui possono incastrarsi e ostruire il flusso.

È una condizione frequente: interessa circa il 10% della popolazione nel corso della vita ed è una delle cause più comuni di accesso al pronto soccorso per dolore addominale.

I sintomi: la colica renale

Il quadro tipico è la colica renale. Il dolore insorge bruscamente, è molto intenso, si localizza al fianco e alla regione lombare e si irradia verso il basso, lungo il fianco fino all’inguine, ai genitali e alla faccia interna della coscia.

Ha un andamento caratteristico a ondate: fasi di dolore acutissimo che si attenuano e poi ritornano. Chi ne soffre non trova una posizione di sollievo e tende a muoversi in continuazione: è un elemento che aiuta a distinguerla da altri dolori addominali, in cui il paziente cerca invece di restare immobile.

Si associano frequentemente:

  • nausea e vomito
  • ematuria, cioè sangue nelle urine, talvolta visibile a occhio nudo, più spesso rilevabile solo agli esami
  • bruciore alla minzione e stimolo frequente a urinare, soprattutto quando il calcolo è vicino alla vescica
  • agitazione e sudorazione

Non tutti i calcoli danno sintomi. Quelli che restano nel rene senza ostruire nulla possono essere del tutto silenti e venire scoperti casualmente durante un’ecografia eseguita per altri motivi. Alcune persone riferiscono invece un dolore sordo e continuo al fianco, facilmente scambiato per un mal di schiena.

Quando è un’emergenza

La colica renale semplice è molto dolorosa ma non pericolosa in sé. Alcune situazioni cambiano però radicalmente il quadro e richiedono una valutazione medica immediata:

  • febbre o brividi durante una colica. È il segnale più importante. Un’ostruzione associata a infezione può evolvere rapidamente in pielonefrite e in urosepsi, una condizione potenzialmente letale che richiede di drenare la via urinaria con urgenza
  • assenza o forte riduzione della produzione di urina
  • vomito incoercibile, che impedisce di assumere liquidi e farmaci
  • dolore che non si controlla con i farmaci prescritti
  • colica in chi ha un solo rene funzionante, un trapianto renale o un’insufficienza renale nota
  • gravidanza in corso

Le cause e i fattori di rischio

I calcoli si formano quando l’equilibrio dell’urina si sposta a favore della cristallizzazione. I fattori che vi contribuiscono sono più d’uno e spesso agiscono insieme:

  • scarsa idratazione: è il fattore modificabile più importante. Un’urina poco abbondante è più concentrata e favorisce la precipitazione dei sali
  • familiarità: avere parenti stretti con calcolosi aumenta sensibilmente il rischio
  • alimentazione: eccesso di sale, elevato consumo di proteine animali, bevande zuccherate
  • sovrappeso, obesità e diabete
  • infezioni urinarie ricorrenti, che favoriscono la formazione di un tipo specifico di calcolo
  • alcune malattie metaboliche, come l’iperparatiroidismo, la gotta e l’acidosi tubulare renale
  • malattie intestinali croniche e interventi di chirurgia bariatrica, che alterano l’assorbimento di ossalato
  • alcuni farmaci e integratori assunti a dosi elevate, tra cui la vitamina C ad alte dosi
  • cistinuria, malattia ereditaria rara che si manifesta fin dall’età pediatrica e produce calcoli voluminosi e recidivanti
  • clima caldo e attività che comportano sudorazione intensa, per la perdita di liquidi

I tipi di calcoli renali

Conoscere la composizione del calcolo è utile perché indirizza la prevenzione delle recidive, che cambia da un tipo all’altro. Per questo, quando si riesce a recuperare il calcolo espulso, conviene conservarlo e farlo analizzare.

  • calcoli di calcio: circa l’80% del totale, in prevalenza di ossalato di calcio, più raramente di fosfato di calcio
  • calcoli di acido urico: si formano in urine persistentemente acide e sono più frequenti in chi soffre di gotta, obesità o diabete
  • calcoli di struvite, detti anche fosfato-ammonio-magnesiaci: legati a infezioni urinarie da batteri specifici, possono crescere rapidamente fino a occupare gran parte della cavità renale
  • calcoli di cistina: rari, legati alla cistinuria ereditaria

Come si diagnosticano

L’ecografia dell’apparato urinario è di norma il primo esame: non espone a radiazioni, è rapidamente disponibile e permette di individuare i calcoli nel rene e l’eventuale dilatazione delle vie urinarie a monte di un’ostruzione.

La TC senza mezzo di contrasto è l’esame di riferimento quando serve la massima accuratezza: individua calcoli di qualsiasi composizione e anche di piccole dimensioni, ne definisce sede e densità e consente di escludere altre cause di dolore. Il mezzo di contrasto non serve per cercare i calcoli e può anzi renderne più difficile la lettura: viene impiegato in un secondo momento, nella pianificazione di un intervento o nel sospetto di altre patologie.

Si associano esami del sangue e delle urine: funzione renale, calcio, acido urico, esame urine con sedimento e, in caso di sospetta infezione, urinocoltura. Nelle forme recidivanti si aggiunge la raccolta delle urine delle 24 ore, che misura le sostanze responsabili della formazione dei calcoli e permette di impostare una prevenzione mirata.

Come si curano i calcoli renali

Controllare il dolore

È la prima cosa da fare durante una colica. I farmaci antinfiammatori non steroidei sono di prima scelta, perché agiscono sia sul dolore sia sulla componente infiammatoria dell’ostruzione. Quando non bastano o non sono utilizzabili si ricorre ad altri analgesici, su indicazione medica.

Un chiarimento importante: durante la colica non bisogna forzare l’assunzione di liquidi. Bere abbondantemente mentre la via urinaria è ostruita aumenta la pressione a monte e può intensificare il dolore, senza accelerare l’espulsione del calcolo. L’idratazione abbondante è utile nella prevenzione e nella fase successiva, non durante l’episodio acuto.

Favorire l’espulsione

Per i calcoli dell’uretere distale di dimensioni contenute, lo specialista può prescrivere una terapia medica espulsiva a base di farmaci alfa-litici, che rilassano la muscolatura del tratto terminale dell’uretere e aumentano la probabilità di passaggio spontaneo, riducendo al tempo stesso il numero di episodi dolorosi.

Rimuovere il calcolo

Quando l’espulsione spontanea è improbabile, il dolore non si controlla, l’ostruzione persiste o è presente un’infezione, si procede alla rimozione. Le tecniche principali sono:

  • litotrissia extracorporea a onde d’urto (ESWL): frammenta il calcolo dall’esterno, senza incisioni, così che i pezzi possano essere eliminati con l’urina
  • ureteroscopia (URS): uno strumento sottile risale per via naturale attraverso uretra, vescica e uretere fino al calcolo, che viene frammentato con il laser e rimosso
  • nefrolitotrissia percutanea (PCNL): riservata ai calcoli voluminosi o multipli, accede al rene attraverso un piccolo tramite cutaneo
  • drenaggio d’urgenza con stent ureterale o nefrostomia, quando l’ostruzione si associa a infezione: in questi casi la priorità è decomprimere la via urinaria, e la rimozione del calcolo viene rimandata

Quanto tempo serve per espellere un calcolo

Dipende soprattutto dalle dimensioni e dalla posizione. Indicativamente:

  • i calcoli sotto i 5 mm vengono espulsi spontaneamente nella grande maggioranza dei casi
  • quelli tra 5 e 10 mm passano spontaneamente in circa metà dei casi, spesso con il supporto della terapia espulsiva
  • quelli oltre i 10 mm raramente si eliminano da soli e di norma richiedono un trattamento attivo

I calcoli destinati a passare lo fanno in genere entro quattro settimane. Oltre questo termine, o se il dolore si ripresenta con frequenza, è opportuno rivalutare la strategia con l’urologo: un’ostruzione che si protrae può danneggiare il rene anche in assenza di sintomi importanti.

Come prevenire le recidive

La prevenzione non è un dettaglio accessorio: dopo un primo episodio, circa la metà delle persone sviluppa un nuovo calcolo entro cinque-dieci anni. Le misure che seguono valgono in generale; nelle forme recidivanti la strategia va personalizzata sulla base della composizione del calcolo e delle urine delle 24 ore.

Bere a sufficienza

È la misura più efficace in assoluto. L’obiettivo è produrre almeno due litri di urina al giorno, il che richiede di norma un’assunzione di due litri e mezzo di liquidi, distribuiti nell’arco della giornata e non concentrati in poche occasioni. Un riferimento pratico immediato: l’urina dovrebbe risultare chiara, non gialla intensa.

Correggere l’alimentazione

  • ridurre il sale: il sodio in eccesso aumenta l’eliminazione di calcio con le urine ed è uno dei fattori più sottovalutati
  • moderare le proteine animali, in particolare carne rossa e insaccati
  • limitare le bevande zuccherate, soprattutto quelle contenenti fruttosio
  • aumentare frutta e verdura, che apportano citrati, sostanze che ostacolano naturalmente la formazione dei calcoli. Il succo di limone ha lo stesso effetto
  • ridurre gli alimenti molto ricchi di ossalato — spinaci, bietole, rabarbaro, frutta secca, cioccolato, tè in grandi quantità — ma solo se è stata documentata un’eccessiva eliminazione di ossalato, non come regola generale
  • controllare il peso corporeo

Un punto merita di essere sottolineato perché va contro l’intuizione più diffusa. Non bisogna ridurre il calcio alimentare. Una dieta povera di calcio non protegge dai calcoli: al contrario, lascia più ossalato libero di essere assorbito dall’intestino e ne aumenta l’eliminazione urinaria, accrescendo il rischio. L’apporto di calcio va mantenuto normale e assunto durante i pasti, così che si leghi all’ossalato già nell’intestino. Eventuali integratori di calcio vanno invece valutati con il medico.

Le altre forme di calcolosi

Il termine calcolosi, o litiasi, si applica anche ad altre sedi dell’organismo. Si tratta di condizioni distinte, con cause e trattamenti propri, che non vanno confuse con la calcolosi renale.

La colelitiasi è la formazione di calcoli nella colecisti, la piccola sacca che raccoglie la bile. Sono in prevalenza calcoli di colesterolo. Spesso restano silenti per anni; quando danno sintomi si manifestano con la colica biliare, un dolore alla parte alta destra dell’addome che compare tipicamente dopo un pasto abbondante o ricco di grassi. Quando i calcoli passano nelle vie biliari possono causare ittero e pancreatite. Il trattamento delle forme sintomatiche è generalmente chirurgico, con l’asportazione della colecisti.

La scialolitiasi è la formazione di calcoli nei dotti delle ghiandole salivari, più spesso della sottomandibolare. Si manifesta con gonfiore e dolore della ghiandola che compaiono ai pasti, quando la salivazione aumenta e il deflusso è ostacolato. Il trattamento può essere conservativo o richiedere una procedura di rimozione.

tonsilloliti, o calcoli tonsillari, sono invece accumuli di detriti e cellule che calcificano nelle cripte delle tonsille. Non sono calcolosi in senso proprio: sono innocui e si associano tipicamente ad alitosi.

Domande frequenti sui calcoli renali

Quanto dura una colica renale?

Il singolo episodio doloroso dura in genere da venti minuti ad alcune ore, con andamento a ondate. Il dolore si attenua quando il calcolo si sposta o viene espulso. Se persiste nonostante i farmaci, o se compare febbre, serve una valutazione medica senza attendere.

Durante la colica devo bere molto?

No. È una convinzione diffusa ma non corretta: forzare i liquidi durante l’episodio acuto non accelera l’espulsione del calcolo e può accentuare il dolore, perché aumenta la pressione a monte dell’ostruzione. L’idratazione abbondante è invece fondamentale nella prevenzione e nei giorni successivi alla risoluzione.

Devo evitare il calcio se ho i calcoli renali?

No, e ridurlo può essere controproducente. Una dieta povera di calcio aumenta l’assorbimento intestinale di ossalato e quindi la sua eliminazione con le urine, favorendo la formazione di nuovi calcoli. L’apporto di calcio va mantenuto normale e assunto durante i pasti.

I calcoli renali si ripresentano?

Frequentemente: circa la metà delle persone che ne ha avuto uno ne sviluppa un altro entro cinque-dieci anni. È il motivo per cui, dopo il primo episodio, conviene impostare una strategia di prevenzione basata su idratazione, correzioni alimentari e, nelle forme recidivanti, sull’analisi delle urine delle 24 ore.

Come si riconosce un calcolo espulso?

Spesso il passaggio in vescica si accompagna alla scomparsa improvvisa del dolore. Il calcolo può poi essere eliminato con l’urina senza che ci si accorga, oppure essere visibile come un granello duro. Se si riesce a recuperarlo conviene conservarlo e portarlo al medico: l’analisi della composizione orienta la prevenzione.

Fa male avere calcoli senza sintomi?

Un calcolo fermo nel rene che non ostruisce nulla può restare a lungo senza conseguenze e viene di norma tenuto sotto controllo con ecografie periodiche. Diventa rilevante se cresce, se si sposta o se favorisce infezioni ricorrenti: per questo il monitoraggio va concordato con lo specialista e non abbandonato.

Prestazioni

Presso il centro medico Santagostino Dyadea di via Larga a Bologna è possibile prenotare le prestazioni utili alla diagnosi e al follow-up della calcolosi renale:

Si ricorda che questo non è un elenco esaustivo ed è sempre opportuno consultare il proprio medico di fiducia in caso di persistenza dei sintomi. In presenza di colica associata a febbre è necessario rivolgersi tempestivamente a una struttura di emergenza.

Afte

Le afte sono piccole ulcere dolorose che compaiono sulla mucosa dell’interno della bocca: guance, labbra, lingua, pavimento orale. Si presentano come lesioni tondeggianti con il fondo biancastro o giallastro e un alone rosso attorno. Non sono contagiose e nella grande maggioranza dei casi guariscono da sole in una o due settimane senza lasciare traccia. La causa non è unica: dipendono da una predisposizione individuale su cui agiscono fattori scatenanti come traumi, stress, carenze nutrizionali o variazioni ormonali. Quando ricorrono con frequenza, o quando un’ulcera persiste oltre le tre settimane, è opportuna una valutazione medica.

Cosa sono le afte

Le afte sono ulcerazioni della mucosa orale, cioè perdite di sostanza dello strato superficiale che riveste l’interno della bocca. Sono la lesione orale più comune in assoluto: si stima che interessino circa una persona su cinque nel corso della vita, con una frequenza maggiore nei bambini, negli adolescenti e nei giovani adulti.

Compaiono tipicamente sulla mucosa non cheratinizzata, cioè quella morbida e mobile: interno delle guance e delle labbra, lati e faccia inferiore della lingua, pavimento della bocca, palato molle. È una caratteristica utile a distinguerle da altre lesioni orali.

Il fondo biancastro non è pus, ma fibrina: la stessa proteina che ricopre qualsiasi ferita in via di riparazione. Le afte non sono causate da batteri o virus e non si trasmettono da persona a persona, a differenza delle lesioni da herpes simplex con cui vengono spesso confuse.

Quando le afte si ripresentano periodicamente si parla di stomatite aftosa ricorrente, che è il quadro clinico in cui rientra la maggior parte dei casi.

I tre tipi di afte

Distinguere la forma è importante, perché tempi di guarigione e necessità di trattamento cambiano sensibilmente.

Afte minori

Sono di gran lunga le più frequenti, circa l’80-85% dei casi. Hanno diametro inferiore a un centimetro, sono superficiali e compaiono in numero limitato. Guariscono spontaneamente in una o due settimane senza lasciare cicatrici e nella maggior parte dei casi non richiedono alcun trattamento oltre al sollievo del dolore.

Afte maggiori

Rappresentano circa il 10% dei casi. Superano il centimetro di diametro, sono più profonde e nettamente più dolorose. Interessano più spesso labbra, palato molle e gola, e possono rendere difficoltosi la deglutizione e l’eloquio. La guarigione richiede settimane e può lasciare esiti cicatriziali. Richiedono generalmente una valutazione medica e un trattamento attivo.

Afte erpetiformi

Sono le più rare, circa il 5% dei casi. Si presentano come numerose ulcerazioni puntiformi, di uno o due millimetri, che possono confluire tra loro formando lesioni più estese e irregolari. Nonostante il nome, che deriva unicamente dalla somiglianza dell’aspetto, non hanno alcun rapporto con il virus dell’herpes.

I sintomi delle afte

Il sintomo dominante è il dolore, sproporzionato rispetto alle dimensioni della lesione e accentuato da masticazione, deglutizione e fonazione. Il contatto con cibi acidi, salati o piccanti lo intensifica marcatamente.

Molte persone avvertono un bruciore o formicolio localizzato nelle 24-48 ore che precedono la comparsa visibile dell’ulcera. È una fase utile da riconoscere, perché è il momento in cui i trattamenti topici risultano più efficaci.

La lesione conclamata appare come un’ulcerazione rotonda od ovale, a margini netti, con fondo biancastro o grigio-giallastro e un alone eritematoso ben delimitato.

Nelle forme maggiori possono associarsi malessere generale, ingrossamento dei linfonodi del collo e difficoltà consistenti nell’alimentazione. Febbre alta e lesioni diffuse non sono tipiche delle afte comuni e orientano verso altre condizioni.

Le cause e i fattori scatenanti

La causa profonda della stomatite aftosa ricorrente non è ancora completamente chiarita. È noto che alla base c’è una reazione immunitaria localizzata contro l’epitelio della mucosa, su un terreno di predisposizione individuale. La familiarità è documentata in oltre il 40% dei casi: chi ha genitori soggetti ad afte tende a esserlo a sua volta.

Su questa predisposizione agiscono poi fattori scatenanti che precipitano il singolo episodio.

Fattori locali

  • microtraumi: morso accidentale della guancia o del labbro, spazzolamento troppo energico, cibi taglienti come crosta di pane o patatine
  • sfregamento di apparecchi ortodontici, protesi incongrue o denti scheggiati
  • dentifrici contenenti sodio lauril solfato (SLS), il tensioattivo che produce la schiuma. In soggetti predisposti può aumentare frequenza e durata degli episodi: passare a un dentifricio senza SLS è un accorgimento semplice che in alcuni casi riduce sensibilmente le recidive

Fattori generali

  • stress e periodi di affaticamento o carenza di sonno, tra i fattori riferiti più di frequente
  • variazioni ormonali, in particolare in fase premestruale
  • carenze nutrizionali di ferro, vitamina B12, acido folico e zinco
  • malattie infiammatorie intestinali come morbo di Crohn e colite ulcerosa
  • celiachia, di cui le afte ricorrenti possono essere una manifestazione
  • condizioni di immunodeficienza o terapie immunosoppressive
  • sospensione del fumo: le afte sono meno frequenti nei fumatori e possono comparire o accentuarsi nei mesi successivi allo smettere. È un dato di osservazione clinica, non un motivo per continuare a fumare

L’associazione con l’infezione da Helicobacter pylori è stata ipotizzata, ma le evidenze disponibili restano contrastanti e non permettono al momento di considerarla un fattore causale accertato.

Alimenti che possono scatenarle

In alcune persone certi alimenti agiscono da fattore scatenante, non da causa. I più frequentemente riferiti sono frutta secca e noci, cioccolato, agrumi e pomodoro, formaggi stagionati, cibi molto piccanti o molto salati.

La sensibilità è però individuale e va verificata sul proprio caso, per esempio annotando che cosa si è mangiato nei giorni che precedono un episodio. Non ha senso eliminare interi gruppi alimentari in via preventiva: le esclusioni ampie e non mirate impoveriscono la dieta e possono peggiorare proprio quelle carenze nutrizionali che tra le afte ricorrenti hanno un ruolo accertato.

Afte o herpes: come distinguerle

È la confusione più comune, e distinguerle è semplice osservando tre elementi.

  • Dove compaiono. Le afte interessano la mucosa morbida e mobile: interno di guance e labbra, lingua, pavimento della bocca. L’herpes orale si localizza tipicamente sul bordo delle labbra, oppure su palato duro e gengiva aderente, cioè sulle mucose fisse.
  • Come iniziano. L’herpes esordisce con piccole vescicole a grappolo che poi si rompono lasciando una crosta. Le afte non attraversano mai una fase vescicolare: nascono direttamente come ulcerazione.
  • Se sono contagiose. L’herpes è trasmissibile per contatto, le afte no.

Afte ricorrenti: quando cercare una causa di fondo

Un episodio isolato ogni tanto non richiede accertamenti. Quando invece le afte si ripresentano con frequenza elevata, sono numerose o particolarmente estese, vale la pena verificare se esista una condizione sottostante.

Gli accertamenti più comunemente indicati sono emocromo, ferritina, vitamina B12 e folati, per escludere carenze correggibili, e la sierologia per la celiachia, di cui le afte ricorrenti possono essere una spia anche in assenza di sintomi intestinali. In presenza di diarrea cronica, dolore addominale o calo di peso l’orientamento è verso una valutazione gastroenterologica.

Merita attenzione particolare un’associazione che va conosciuta: la comparsa di afte orali ricorrenti insieme a ulcere genitali è il criterio clinico principale della sindrome di Behçet, una vasculite sistemica che può interessare anche occhi, cute, articolazioni e vasi sanguigni. Le afte possono localizzarsi sulle mucose genitali sia femminili sia maschili, e quando le due manifestazioni coesistono la valutazione medica non va rimandata.

Come si diagnosticano

La diagnosi è clinica e si basa sull’aspetto della lesione, sulla sede e sulla storia degli episodi precedenti. Non esiste un esame specifico per le afte comuni e nella maggior parte dei casi non serve alcun accertamento.

Gli approfondimenti servono in due situazioni: quando le afte sono ricorrenti e si cerca una causa sistemica, e quando l’aspetto o il decorso della lesione non corrispondono a quelli tipici. In quest’ultimo caso l’obiettivo non è confermare l’afta, ma escludere che si tratti d’altro.

Come si curano le afte

Va detto con chiarezza: non esiste una terapia che elimini definitivamente la tendenza a sviluppare afte. I trattamenti disponibili riducono il dolore, accorciano la durata dell’episodio e proteggono la lesione, ma non modificano la predisposizione di fondo.

Ridurre il dolore e proteggere la lesione

  • gel e paste barriera, spesso a base di acido ialuronico, che formano una pellicola protettiva isolando l’ulcera dal contatto con cibo e liquidi
  • anestetici locali in gel, utili prima dei pasti
  • collutori antisettici alla clorexidina, che riducono la carica batterica e il rischio di sovrainfezione
  • evitare temporaneamente cibi acidi, piccanti, croccanti e molto caldi

Terapie a prescrizione

Il cardine del trattamento delle forme più impegnative sono i corticosteroidi topici, in gel, unguento o collutorio. Riducono in modo significativo dolore e durata dell’episodio, soprattutto se applicati nella fase iniziale, ma non riducono la frequenza delle recidive e vanno usati su indicazione medica per il tempo stabilito.

Nelle forme maggiori, molto frequenti o resistenti, lo specialista può valutare trattamenti sistemici. Sono situazioni che richiedono un inquadramento dedicato e non si prestano all’autogestione.

Come prevenire le afte

La prevenzione consiste nel ridurre l’esposizione ai fattori scatenanti individuali:

  • usare uno spazzolino a setole morbide senza premere eccessivamente
  • provare un dentifricio senza sodio lauril solfato, se gli episodi sono frequenti
  • far correggere apparecchi, protesi o denti scheggiati che provocano sfregamento
  • individuare e limitare gli alimenti che nel proprio caso precedono gli episodi, senza eliminazioni indiscriminate
  • mantenere un’alimentazione equilibrata e correggere eventuali carenze accertate
  • gestire i periodi di stress prolungato, per quanto possibile

Una buona igiene orale non previene direttamente le afte, ma riduce l’infiammazione della mucosa e il rischio che le lesioni si sovrainfettino. Il tema si intreccia con quello della gengivite, che ha meccanismi diversi ma condivide molti degli stessi accorgimenti.

Quando rivolgersi al medico

È opportuna una valutazione quando:

  • le afte ricorrono più volte all’anno o non lasciano periodi liberi
  • le lesioni sono numerose, estese o insolitamente dolorose
  • compaiono contemporaneamente ulcere genitali
  • si associano febbre persistente, disturbi intestinali, dolori articolari o calo di peso
  • il dolore impedisce di alimentarsi o idratarsi adeguatamente

Un caso richiede attenzione specifica. Un’ulcera singola che persiste oltre le tre settimane senza tendenza alla guarigione, soprattutto se poco dolorosa, con margini induriti o irregolari, oppure localizzata sul bordo laterale della lingua o sul pavimento della bocca, va sempre fatta valutare. Nella grande maggioranza dei casi si tratta di lesioni benigne, ma è la modalità con cui possono presentarsi anche le neoplasie del cavo orale, per le quali la precocità della diagnosi è determinante. Le afte comuni, per definizione, guariscono.

Domande frequenti sulle afte

Quanto durano le afte?

Le afte minori, che sono la grande maggioranza, guariscono in una o due settimane senza lasciare cicatrici. Le afte maggiori possono richiedere diverse settimane e talvolta lasciano un esito cicatriziale. Un’ulcera che supera le tre settimane va fatta valutare.

Le afte sono contagiose?

No. Non sono causate da batteri o virus e non si trasmettono per contatto, né attraverso posate, bicchieri o baci. È una differenza sostanziale rispetto all’herpes labiale, con cui vengono spesso confuse.

Perché mi vengono le afte così spesso?

La ricorrenza dipende da una predisposizione individuale, spesso familiare, su cui incidono fattori come stress, microtraumi, variazioni ormonali e carenze di ferro, vitamina B12 o folati. Se gli episodi sono frequenti vale la pena verificare con esami del sangue se esiste una carenza correggibile o una condizione sottostante.

Qual è il rimedio più rapido contro le afte?

Non esiste un rimedio che le faccia sparire in poche ore. I gel barriera e gli anestetici locali danno sollievo immediato dal dolore; i corticosteroidi topici, su indicazione medica, accorciano la durata dell’episodio soprattutto se applicati ai primi sintomi di bruciore, prima che l’ulcera sia formata.

Le afte hanno a che fare con l’alimentazione?

In due modi diversi. Alcuni alimenti possono scatenare un episodio in persone sensibili, ed è una reazione individuale da verificare sul proprio caso. Separatamente, una carenza di ferro, vitamina B12 o folati può favorire le forme ricorrenti: in questo caso non si tratta di eliminare alimenti ma di correggere una carenza.

Le afte in gola sono la stessa cosa?

Le afte possono interessare il palato molle e la parte alta della gola, soprattutto nelle forme maggiori, rendendo dolorosa la deglutizione. Lesioni diffuse in gola accompagnate da febbre alta, però, non sono tipiche delle afte comuni e richiedono una valutazione medica.

Prestazioni

Presso il centro medico Santagostino Dyadea di via Larga a Bologna è possibile prenotare le prestazioni utili all’inquadramento delle afte ricorrenti:

  • Odontoiatria — valutazione delle lesioni orali e correzione dei fattori traumatici locali
  • Laboratorio analisi — emocromo, ferritina, vitamina B12, folati, sierologia per celiachia
  • Gastroenterologia — quando si sospetta una malattia infiammatoria intestinale o un malassorbimento

Possono essere utili anche gli approfondimenti su anemia e celiachia, entrambe collegate alle forme ricorrenti.

Si ricorda che questo non è un elenco esaustivo ed è sempre opportuno consultare il proprio medico di fiducia in caso di persistenza dei sintomi.

Gengivite

La gengivite è un’infiammazione delle gengive causata dall’accumulo di placca batterica lungo il margine gengivale. Si manifesta soprattutto con sanguinamento durante lo spazzolamento, gonfiore e arrossamento, spesso in assenza di dolore. È una condizione completamente reversibile: rimuovendo placca e tartaro con una seduta di igiene professionale e correggendo l’igiene domiciliare, le gengive tornano sane nel giro di una o due settimane. Se trascurata, però, può evolvere in parodontite, che comporta invece una perdita ossea non recuperabile.

Cos’è la gengivite

La gengivite è la forma più comune e più lieve di malattia gengivale. L’infiammazione interessa esclusivamente il tessuto gengivale superficiale che circonda il colletto dei denti, senza coinvolgere l’osso alveolare né le fibre che ancorano il dente al suo alloggiamento.

Una gengiva sana ha un colore rosa pallido, un margine sottile e aderente al dente e una consistenza compatta. Quando si infiamma cambia aspetto: diventa rossa o violacea, si gonfia, assume un aspetto lucido e tende a staccarsi leggermente dal dente, creando uno spazio in cui i batteri si annidano più facilmente.

Questa distinzione è la ragione per cui la gengivite va intercettata presto: finché l’infiammazione resta confinata alla gengiva, il danno è interamente reversibile.

I sintomi della gengivite

Il segno più costante e più precoce è il sanguinamento gengivale, che compare tipicamente durante lo spazzolamento o l’uso del filo interdentale. Gli altri segni frequenti sono:

  • gonfiore del margine gengivale, che appare rigonfio e arrotondato
  • arrossamento, con la gengiva che vira dal rosa pallido al rosso acceso o al violaceo
  • alitosi persistente, legata alla proliferazione batterica
  • retrazione del margine gengivale, con i denti che appaiono più lunghi
  • sensazione di tensione o fastidio localizzato, più che vero dolore
  • gusto sgradevole in bocca

Va sottolineato un punto che genera spesso equivoci: la gengivite di solito non fa male. Proprio l’assenza di dolore porta molte persone a ignorare il sanguinamento, interpretandolo come uno spazzolamento troppo energico. È invece il segnale a cui prestare attenzione, perché una gengiva sana non sanguina.

Fa eccezione la gengivite necrotizzante, una forma acuta e molto meno comune che si presenta invece con dolore intenso, ulcerazioni delle papille tra un dente e l’altro, alitosi marcata e talvolta febbre. Richiede una valutazione odontoiatrica in tempi rapidi.

Un’ulteriore avvertenza riguarda chi fuma: la nicotina restringe i vasi sanguigni e può mascherare il sanguinamento. Nei fumatori la gengivite può quindi progredire in modo silenzioso, senza il segnale d’allarme più evidente.

Le cause della gengivite

La causa diretta è sempre la stessa: la placca batterica, una pellicola morbida e adesiva che si riforma sulla superficie dei denti nel giro di poche ore. Se non viene rimossa quotidianamente, la placca mineralizza e si trasforma in tartaro, una struttura dura che non è più eliminabile con lo spazzolino e che offre ai batteri una superficie ruvida su cui moltiplicarsi ulteriormente.

Il tessuto gengivale reagisce a questa aggressione batterica con una risposta infiammatoria, che è appunto la gengivite.

Fattori che aumentano il rischio

A parità di placca, alcune condizioni rendono la gengiva più vulnerabile o favoriscono l’accumulo batterico:

  • igiene orale insufficiente o scorretta, in particolare la mancata pulizia degli spazi interdentali
  • fumo di sigaretta, che compromette la risposta immunitaria dei tessuti gengivali
  • diabete, soprattutto se non ben compensato
  • variazioni ormonali: pubertà, ciclo mestruale, gravidanza, menopausa
  • carenza di vitamina C
  • alcuni farmaci, tra cui antiepilettici, immunosoppressori e calcioantagonisti, che possono provocare un aumento di volume della gengiva rendendola più difficile da pulire
  • ridotta produzione di saliva (secchezza delle fauci), che può dipendere da terapie farmacologiche o da respirazione orale
  • affollamento dentale e malocclusioni, che creano zone difficili da raggiungere
  • protesi, otturazioni debordanti o apparecchi ortodontici che trattengono placca
  • stress e condizioni che abbassano le difese immunitarie

Gengivite in gravidanza

La gengivite gravidica è una delle forme più diffuse e interessa una quota molto ampia delle donne in gravidanza. L’aumento di estrogeni e progesterone accresce la permeabilità dei vasi gengivali e modifica la composizione della flora batterica, amplificando la risposta infiammatoria anche a fronte di quantità modeste di placca.

Compare tipicamente intorno al secondo mese, tende ad accentuarsi verso l’ottavo e regredisce dopo il parto. In alcuni casi si sviluppa una piccola formazione rilevata sulla gengiva, chiamata epulide gravidica: è benigna e nella maggior parte dei casi si risolve spontaneamente dopo il parto.

Le sedute di igiene professionale sono sicure in gravidanza e sono anzi raccomandate, preferibilmente nel secondo trimestre. È opportuno informare sempre l’odontoiatra dello stato di gravidanza e della settimana gestazionale.

Gengivite o parodontite: come distinguerle

Le due condizioni fanno parte dello stesso continuum, ma la differenza è sostanziale e riguarda la reversibilità.

  • Nella gengivite l’infiammazione è limitata alla gengiva. Non c’è perdita di osso, non c’è mobilità dentale e il quadro si risolve completamente con il trattamento.
  • Nella parodontite l’infiammazione ha superato la barriera gengivale e ha intaccato l’osso di sostegno. Si formano tasche parodontali profonde, la gengiva si ritira, i denti possono diventare mobili o spostarsi. L’osso perso non si rigenera spontaneamente: il trattamento può arrestare la progressione, non riportare la situazione al punto di partenza.

Non tutte le gengiviti evolvono in parodontite, e il passaggio non è né automatico né rapido. Ma poiché la gengivite è la condizione che precede la parodontite, trattarla è la forma più efficace di prevenzione. Il percorso di cura della malattia parodontale è di competenza della parodontologia.

Come si diagnostica

La diagnosi è clinica e si basa sulla visita odontoiatrica. Lo specialista valuta colore, consistenza e volume della gengiva e verifica la presenza di sanguinamento al sondaggio, cioè applicando una lieve pressione con una sonda parodontale millimetrata.

Lo stesso strumento serve a misurare la profondità del solco gengivale. È il dato che distingue la gengivite dalla parodontite: valori contenuti indicano che l’attacco tra dente e gengiva è integro, valori superiori segnalano la formazione di tasche parodontali.

Quando il sondaggio fa sospettare un coinvolgimento osseo, l’odontoiatra può richiedere radiografie endorali o un’ortopantomografia per valutare il livello dell’osso alveolare.

Come si cura la gengivite

Il trattamento ha un obiettivo unico: rimuovere la causa, cioè placca e tartaro. Tutto il resto è di supporto.

Igiene professionale

La detartrasi (o ablazione del tartaro, comunemente chiamata pulizia dei denti) è il passaggio risolutivo. Il tartaro è mineralizzato e aderisce tenacemente alla superficie dentale: nessuno spazzolino, dentifricio o collutorio è in grado di rimuoverlo. Serve la strumentazione ambulatoriale, a ultrasuoni o manuale.

Nella stessa seduta l’igienista individua i punti in cui la placca si accumula e imposta le correzioni necessarie alla tecnica di spazzolamento. Se sono presenti otturazioni debordanti o protesi incongrue che trattengono batteri, vanno corrette: senza questo passaggio l’infiammazione tende a ripresentarsi.

Igiene domiciliare

È la parte che determina il risultato nel tempo:

  • spazzolare i denti due volte al giorno con dentifricio al fluoro e spazzolino a setole morbide, inclinato verso il margine gengivale
  • pulire gli spazi interdentali ogni giorno con filo o scovolino: è la zona in cui la gengivite inizia più spesso e dove lo spazzolino non arriva
  • non sospendere lo spazzolamento sulle zone che sanguinano. Il sanguinamento iniziale è atteso e si riduce progressivamente man mano che l’infiammazione regredisce
  • evitare di spazzolare con forza eccessiva, che traumatizza la gengiva senza rimuovere più placca

Collutori e farmaci

I collutori a base di clorexidina sono efficaci nel ridurre la carica batterica, ma vanno intesi come supporto temporaneo prescritto dallo specialista, non come sostituto della pulizia meccanica. L’uso prolungato può causare pigmentazione di denti e lingua e alterazione del gusto, motivo per cui i cicli sono di norma limitati nel tempo.

Gli antibiotici non sono indicati nella gengivite comune da placca: l’infiammazione si risolve rimuovendo il biofilm batterico, non con una terapia sistemica. Vengono riservati a quadri specifici, come le forme necrotizzanti, su valutazione dell’odontoiatra.

Quanto ai rimedi naturali — sciacqui con salvia, camomilla, aloe — possono dare un sollievo sintomatico temporaneo, ma non rimuovono placca e tartaro e non curano la gengivite. Affidarsi a questi soltanto significa rimandare il trattamento.

Quanto dura la gengivite

Una volta rimossi placca e tartaro e corretta l’igiene domiciliare, i sintomi iniziano a migliorare nel giro di pochi giorni e le gengive tornano generalmente sane in una o due settimane. Il sanguinamento è di norma il primo segno a scomparire.

Se invece la causa non viene rimossa, la gengivite non si risolve da sola: tende a cronicizzare e a peggiorare, perché il tartaro continua ad accumularsi. Una gengivite che dura da mesi, o che si ripresenta puntualmente dopo ogni pulizia, va rivalutata: potrebbe essersi già trasformata in parodontite oppure esserci un fattore predisponente non ancora identificato.

Come prevenire la gengivite

La prevenzione coincide in larga parte con il trattamento, applicato con costanza:

  • spazzolamento due volte al giorno e pulizia interdentale quotidiana
  • sedute di igiene professionale periodiche, con frequenza stabilita dall’odontoiatra in base al rischio individuale
  • smettere di fumare
  • tenere sotto controllo il diabete, se presente
  • maggiore attenzione nelle fasi di cambiamento ormonale, in particolare in gravidanza
  • controlli odontoiatrici regolari, anche in assenza di disturbi

I percorsi di prevenzione e igiene orale servono esattamente a questo: intercettare l’infiammazione quando è ancora reversibile.

Quando rivolgersi all’odontoiatra

È opportuno prenotare una visita quando:

  • le gengive sanguinano regolarmente durante lo spazzolamento
  • il gonfiore o l’arrossamento persistono da più di una settimana nonostante una buona igiene
  • compare alitosi persistente
  • la gengiva si ritira e i denti appaiono più lunghi
  • si avverte mobilità di uno o più denti, oppure il modo in cui i denti combaciano sembra cambiato
  • è passato più di un anno dall’ultima seduta di igiene professionale

Richiedono invece una valutazione in tempi brevi il dolore gengivale intenso, la comparsa di ulcerazioni, la presenza di pus o la febbre associata a sintomi orali.

Domande frequenti sulla gengivite

La gengivite passa da sola?

No. Finché placca e soprattutto tartaro restano sui denti, lo stimolo infiammatorio persiste e la gengivite tende a peggiorare. Migliorare l’igiene domiciliare può ridurre i sintomi, ma il tartaro già formato richiede una rimozione professionale.

La gengivite fa male?

Nella maggior parte dei casi no, ed è proprio questo che la rende insidiosa. Il segnale a cui prestare attenzione è il sanguinamento, non il dolore. Fanno eccezione le forme necrotizzanti, che sono dolorose e richiedono una valutazione rapida.

Devo smettere di lavarmi i denti dove sanguina?

No, è l’errore più comune. Le zone che sanguinano sono quelle più infiammate e quindi quelle che hanno più bisogno di essere pulite. Con uno spazzolino a setole morbide e una pressione moderata il sanguinamento si riduce progressivamente nell’arco di alcuni giorni.

La gengivite è contagiosa?

La gengivite in sé non si trasmette. I batteri responsabili possono passare da una persona all’altra attraverso la saliva, ma lo sviluppo dell’infiammazione dipende dall’igiene orale e dalla risposta individuale, non dal semplice contatto.

Quante volte all’anno serve la pulizia dei denti?

Non esiste un intervallo valido per tutti. Nella maggior parte delle persone si va da una a due sedute all’anno, ma chi fuma, chi ha il diabete, chi porta un apparecchio ortodontico o chi ha già avuto una parodontite può necessitare di richiami più ravvicinati. La frequenza va stabilita dall’odontoiatra.

Si può fare la pulizia dei denti in gravidanza?

Sì, ed è raccomandata, dato che la gravidanza aumenta il rischio di gengivite. Il periodo generalmente preferito è il secondo trimestre. È importante comunicare all’odontoiatra la settimana di gestazione ed eventuali terapie in corso.

Prestazioni

Presso il centro medico Santagostino Dyadea di via Larga a Bologna è possibile prenotare le prestazioni utili alla diagnosi e al trattamento della gengivite:

Si ricorda che questo non è un elenco esaustivo ed è sempre opportuno consultare il proprio medico di fiducia in caso di persistenza dei sintomi.

Emicrania

L’emicrania è una forma specifica di cefalea, caratterizzata da attacchi ricorrenti di dolore tipicamente unilaterale e pulsante, di intensità da moderata a severa, che peggiora con il movimento e si accompagna a nausea, fastidio per la luce e per i suoni. Un attacco non trattato dura da 4 a 72 ore. In circa un caso su cinque il dolore è preceduto dall’aura, un insieme di disturbi neurologici transitori, per lo più visivi, che durano da 5 a 60 minuti. Non è un semplice mal di testa: è una malattia neurologica cronica, tra le principali cause di disabilità a livello mondiale. Si tratta con farmaci per l’attacco e, quando gli episodi sono frequenti, con una terapia di prevenzione.

Emicrania e cefalea non sono sinonimi

È una confusione molto diffusa e vale la pena chiarirla subito. Cefalea è il termine generale che indica qualunque mal di testa. L’emicrania è uno dei tanti tipi di cefalea, con caratteristiche proprie e criteri diagnostici definiti. Tutte le emicranie sono cefalee, ma la maggior parte delle cefalee non sono emicranie.

Cefalee primarie e secondarie

La classificazione internazionale delle cefalee distingue due grandi gruppi:

  • cefalee primarie: il mal di testa è la malattia stessa, non il sintomo di altro. Comprendono l’emicrania, la cefalea di tipo tensivo e la cefalea a grappolo. Sono di gran lunga le più frequenti
  • cefalee secondarie: il mal di testa è il sintomo di un’altra condizione, per esempio un trauma cranico, un disturbo vascolare cerebrale, un’infezione, l’uso eccessivo di farmaci o, molto più raramente, una lesione intracranica

L’emicrania appartiene alle cefalee primarie. Il primo compito del medico di fronte a una cefalea è escludere che si tratti di una forma secondaria.

Quanto è diffusa

L’emicrania interessa circa il 12% della popolazione italiana ed è circa tre volte più frequente nelle donne. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la colloca tra le principali cause di anni vissuti con disabilità, davanti a molte condizioni percepite come più gravi. Ha inoltre una marcata componente ereditaria: avere un genitore emicranico aumenta sensibilmente la probabilità di esserlo.

Le fasi di un attacco

Un attacco emicranico non coincide con le ore di dolore. Si articola in fasi, non tutte presenti in ogni persona né in ogni episodio.

1. Fase prodromica

Precede il dolore da poche ore fino a tre giorni. Riconoscerla è utile, perché è il momento in cui intervenire sui fattori scatenanti e, in alcuni casi, anticipare la terapia. I segnali più comuni:

  • alterazioni dell’umore: irritabilità, flessione del tono dell’umore o, al contrario, euforia
  • stanchezza e sonnolenza, spesso con sbadigli ripetuti
  • desiderio di cibi specifici, tipicamente dolci o salati
  • rigidità muscolare, soprattutto al collo
  • disturbi gastrointestinali, stitichezza o diarrea
  • aumento della sensibilità a luci, suoni e odori
  • difficoltà di concentrazione

2. Aura (quando presente)

Interessa circa un quinto delle persone con emicrania. Consiste in sintomi neurologici completamente reversibili che si sviluppano gradualmente e durano da 5 a 60 minuti.

3. Fase del dolore

Da 4 a 72 ore se non trattato, o se il trattamento non risulta efficace.

4. Fase postdromica

Dopo la risoluzione del dolore molte persone riferiscono per ore o per un’intera giornata una sensazione di spossatezza, rallentamento mentale e difficoltà di concentrazione, talvolta descritta come una sorta di postumi. È una fase reale dell’attacco, non un’impressione soggettiva, e contribuisce in modo consistente alla disabilità complessiva.

I sintomi dell’emicrania

Emicrania senza aura

È la forma più comune, circa quattro casi su cinque. Esordisce di norma tra l’adolescenza e i trent’anni e tende ad attenuarsi con l’età, in molte donne dopo la menopausa, senza però scomparire necessariamente.

I criteri che la definiscono sono precisi. Il dolore dura da 4 a 72 ore e presenta almeno due di queste caratteristiche:

  • localizzazione unilaterale
  • qualità pulsante
  • intensità moderata o severa
  • peggioramento con l’attività fisica ordinaria, come salire le scale

E si accompagna ad almeno uno tra:

  • nausea e/o vomito
  • fotofobia e fonofobia insieme, cioè fastidio per la luce e per i suoni

Frequente anche l’osmofobia, il fastidio per gli odori. Va precisato che il dolore è unilaterale tipicamente, non sempre: in una quota rilevante di casi è bilaterale, e nei bambini lo è nella maggior parte dei casi.

Emicrania con aura

L’aura precede o accompagna il dolore ed è costituita da sintomi neurologici transitori e completamente reversibili:

  • disturbi visivi, i più frequenti: scotomi scintillanti, lampi, linee a zig-zag, perdita di una porzione del campo visivo
  • sintomi sensitivi: formicolii o intorpidimento che iniziano in una mano e si estendono progressivamente al braccio e al volto
  • disturbi del linguaggio: difficoltà a trovare le parole o ad articolarle

La caratteristica che distingue l’aura da un evento neurologico acuto è la progressione graduale, nell’arco di minuti, e la completa reversibilità. Un deficit neurologico a insorgenza improvvisa non è un’aura e richiede una valutazione urgente.

Al termine dell’aura compare il dolore emicranico, con le caratteristiche già descritte. Alla prima comparsa in assoluto di un’aura è opportuna una valutazione neurologica, per confermare la natura del disturbo.

La cefalea a grappolo non è un’emicrania

La cefalea a grappolo viene spesso confusa con l’emicrania ma è una condizione distinta: appartiene anch’essa alle cefalee primarie, ma a un gruppo diverso, quello delle cefalee autonomico-trigeminali. Riconoscerla è importante perché le terapie non coincidono.

È rara e colpisce prevalentemente gli uomini. Il dolore è strettamente localizzato attorno o dietro a un occhio, di intensità estrema, e dura da 15 minuti a 3 ore. Gli attacchi si ripetono più volte al giorno, spesso alla stessa ora, e si accompagnano a segni sullo stesso lato del volto:

  • lacrimazione e arrossamento dell’occhio
  • palpebra cadente o gonfia
  • naso chiuso o che cola
  • sudorazione del volto
  • irrequietezza marcata: a differenza dell’emicrania, chi ha un attacco a grappolo non riesce a stare fermo

Gli episodi si concentrano in periodi definiti, i grappoli, che durano settimane o mesi e si alternano a fasi di remissione. Quando gli attacchi si ripetono per oltre un anno senza remissioni significative si parla di forma cronica.

Cause e meccanismo

Nell’origine dell’emicrania concorrono genetica, biologia e ambiente. Alla base c’è un sistema nervoso costituzionalmente più reattivo, che elabora come dolorosi stimoli che per altri non lo sono: stress, variazioni ormonali, cambiamenti climatici, irregolarità del ritmo sonno-veglia, digiuno.

Un ruolo chiave sembra svolto dalla corteccia prefrontale, coinvolta nell’elaborazione degli eventi stressanti, e dall’ipotalamo, sensibile alle variazioni dei ritmi biologici e verosimilmente responsabile dei sintomi prodromici.

Durante l’attacco si attivano le terminazioni del nervo trigemino, che rilasciano sostanze infiammatorie — tra cui un neuropeptide chiamato CGRP — a livello dei vasi cerebrali e delle meningi. Ne derivano il dolore pulsante, la nausea e l’ipersensibilità a luci e suoni. L’identificazione di questo meccanismo ha reso possibile lo sviluppo di farmaci mirati, di cui si parla più avanti.

I fattori scatenanti

Sono elementi che innescano l’attacco in chi è già predisposto. Variano molto da persona a persona e spesso agiscono in combinazione.

  • ormonali: ciclo mestruale, gravidanza, menarca, menopausa. Spiegano in larga parte la prevalenza femminile
  • emotivi: stress, ansia, tensione, ma anche il rilascio della tensione, motivo per cui gli attacchi arrivano spesso nel fine settimana o all’inizio delle vacanze
  • del sonno: sia la carenza sia l’eccesso, e più in generale l’irregolarità degli orari
  • alimentari: soprattutto il digiuno o i pasti saltati, che è tra i fattori più costanti, e la disidratazione
  • ambientali: luci intense o intermittenti, rumori forti, odori penetranti, fumo, sbalzi climatici, altitudine
  • fisici: posture scorrette con tensione cervicale, sforzi intensi, ipoglicemia

Tra i fattori alimentari vengono spesso citate tiramina (formaggi stagionati, salumi stagionati, pesce affumicato, prodotti a base di soia), nitrati (insaccati, würstel), glutammatocaffeina e vino rosso. Le evidenze sono però disomogenee e la sensibilità è fortemente individuale: eliminare preventivamente interi gruppi di alimenti non è consigliabile. Molto più utile è tenere un diario e verificare quali fattori ricorrono davvero nei propri attacchi.

Vanno considerati anche alcuni farmaci: contraccettivi orali, terapia ormonale sostitutiva, alcuni sonniferi e vasodilatatori come la nitroglicerina.

Emicrania mestruale

In molte donne gli attacchi si concentrano nei giorni immediatamente precedenti o iniziali della mestruazione, in corrispondenza del calo degli estrogeni. Questa forma tende a produrre attacchi più lunghi, più intensi e meno reattivi ai farmaci rispetto agli altri episodi.

La prevedibilità della ricorrenza rende però possibili strategie mirate, tra cui una profilassi limitata ai giorni a rischio, da valutare con lo specialista. Riconoscerla richiede semplicemente di annotare gli attacchi in rapporto al ciclo per qualche mese.

Quando l’emicrania diventa cronica

Si parla di emicrania cronica quando il mal di testa è presente per almeno 15 giorni al mese da più di tre mesi, con caratteristiche emicraniche in almeno 8 di quei giorni. È l’evoluzione sfavorevole della forma episodica e comporta una disabilità nettamente maggiore.

La cefalea da uso eccessivo di farmaci

È il principale fattore che trasforma un’emicrania episodica in cronica, ed è probabilmente il concetto meno conosciuto tra quelli che riguardano questa malattia.

Il meccanismo è un circolo vizioso: il dolore porta ad assumere sintomatici, l’assunzione frequente e prolungata rende il cervello più reattivo, il mal di testa aumenta di frequenza, si assumono più farmaci. Gli stessi farmaci che curano l’attacco, usati troppo spesso, diventano la causa del mal di testa.

Le soglie indicative di uso eccessivo, riferite a un periodo superiore a tre mesi, sono:

  • 10 giorni al mese o più per triptani, ergotaminici, oppioidi e analgesici in associazione
  • 15 giorni al mese o più per FANS e analgesici semplici

Un segnale caratteristico è il mal di testa già presente al risveglio, quasi tutti i giorni, con efficacia sempre più breve dei farmaci.

La condizione è reversibile, ma richiede la sospensione controllata del farmaco sotto guida medica, in genere associata all’avvio di una terapia di prevenzione. Non va gestita da soli, perché la sospensione comporta una fase di peggioramento transitorio che è la ragione per cui i tentativi autonomi quasi sempre falliscono.

Come si arriva alla diagnosi

La diagnosi di emicrania è clinica: si basa sul racconto degli attacchi, sulle loro caratteristiche e sull’esame neurologico. Non esiste un esame strumentale o di laboratorio che la confermi.

Lo strumento più utile è il diario delle cefalee: annotare per alcune settimane data, durata, intensità, sintomi associati, farmaci assunti e possibili fattori scatenanti. Fornisce al medico informazioni che la memoria non conserva con precisione e serve poi a valutare l’efficacia delle terapie.

Quando servono gli esami

Questo è un punto che merita chiarezza. In presenza di un quadro tipico di emicrania e di un esame neurologico normale, gli esami di neuroimmagine non sono indicati di routine. Non aumentano l’accuratezza della diagnosi, espongono a radiazioni o a costi evitabili e producono con una certa frequenza reperti casuali privi di significato, che generano ansia e ulteriori accertamenti.

Gli approfondimenti diventano appropriati quando esistono elementi che fanno sospettare una cefalea secondaria: in quel caso si ricorre alla risonanza magnetica, o alla TC nelle situazioni acute, e agli esami del sangue quando si sospetta una causa infettiva, infiammatoria o metabolica.

Segnali che richiedono una valutazione urgente

La maggior parte delle cefalee non ha una causa grave, in particolare se sono iniziate in giovane età e non hanno cambiato caratteristiche nel tempo. Alcuni elementi vanno però riferiti al medico senza attendere:

  • cefalea a esordio improvviso che raggiunge il picco in pochi secondi, descritta come la peggiore mai provata
  • febbre con rigidità del collo, con difficoltà o dolore ad avvicinare il mento al petto
  • sintomi neurologici: debolezza improvvisa, perdita di coordinazione, alterazioni della vista o della sensibilità, difficoltà a parlare o a comprendere, convulsioni, confusione, sonnolenza anomala
  • cefalea che peggiora progressivamente nel corso di giorni o settimane
  • primo esordio dopo i 50 anni
  • cambiamento netto delle caratteristiche di una cefalea abituale
  • cefalea che peggiora sdraiandosi, tossendo o sotto sforzo
  • dolorabilità alle tempie o dolore alle mascelle durante la masticazione, soprattutto dopo i 50 anni
  • occhio arrosato con aloni attorno alle luci
  • cefalea in presenza di tumore, immunodeficienza o terapia immunosoppressiva
  • cefalea associata a calo di peso o febbre persistente
  • cefalea in gravidanza o nel periodo successivo al parto

Come si tratta l’emicrania

Il trattamento si muove su due piani distinti e complementari: agire sull’attacco quando arriva, e ridurne la frequenza quando gli attacchi sono numerosi.

Terapia dell’attacco

Si impiegano FANS e analgesici negli attacchi di intensità lieve o moderata, e i triptani — una classe di farmaci sviluppata specificamente per l’emicrania — nelle forme moderate o severe o quando gli antinfiammatori non risultano efficaci. Possono essere associati antiemetici per la nausea, che oltre a controllare il sintomo migliorano l’assorbimento degli altri farmaci.

Due indicazioni pratiche fanno una differenza notevole:

  • assumere il farmaco presto, all’inizio dell’attacco: l’efficacia si riduce sensibilmente se si attende che il dolore sia conclamato
  • non superare le soglie di frequenza indicate più sopra, per non innescare la cefalea da uso eccessivo di farmaci

I triptani hanno controindicazioni cardiovascolari e vanno prescritti dal medico, non assunti su suggerimento di conoscenti.

Terapia di prevenzione

Va presa in considerazione quando gli attacchi sono frequenti o fortemente disabilitanti, indicativamente a partire da quattro giorni di emicrania al mese, o quando i farmaci per l’attacco non sono sufficienti o non sono utilizzabili.

Si assume con continuità, indipendentemente dalla presenza di attacchi. Richiede alcune settimane prima di mostrare effetto e va proseguita per alcuni mesi prima di poterne giudicare l’efficacia, che si considera raggiunta quando la frequenza degli attacchi si riduce almeno della metà. È la ragione per cui molte profilassi vengono abbandonate troppo presto.

Le opzioni comprendono farmaci nati per altre indicazioni e poi rivelatisi efficaci sull’emicrania — betabloccanti, alcuni antiepilettici, alcuni antidepressivi — e i farmaci sviluppati specificamente per questa malattia, gli anticorpi monoclonali anti-CGRP e gli antagonisti orali dello stesso bersaglio. Questi ultimi agiscono sul meccanismo descritto sopra, sono generalmente ben tollerati e hanno modificato in modo sostanziale la gestione delle forme più impegnative. In Italia sono di prescrizione specialistica con piano terapeutico, secondo criteri definiti di frequenza degli attacchi e di risposta insufficiente alle profilassi precedenti.

Abitudini e approcci non farmacologici

  • regolarità di sonno e pasti: è la misura più efficace, perché l’ipotalamo emicranico tollera male le variazioni
  • idratazione adeguata
  • attività fisica aerobica regolare, di intensità moderata
  • tecniche di rilassamento, gestione dello stress, mindfulness e yoga, che dispongono di evidenze di efficacia sulla frequenza degli attacchi
  • terapia cognitivo-comportamentale, utile soprattutto quando ansia o tono dell’umore alimentano il circolo
  • durante l’attacco: ambiente buio e silenzioso, riposo, eventuale applicazione di freddo

Emicrania e contraccezione ormonale

È un tema poco noto e clinicamente rilevante. L’emicrania con aura si associa a un lieve aumento del rischio di ictus ischemico. Il rischio resta basso in termini assoluti, ma si somma ad altri fattori.

Per questo motivo i contraccettivi estroprogestinici combinati sono in generale controindicati nelle donne con emicrania con aura, e la cautela aumenta ulteriormente in presenza di fumo, ipertensione o altri fattori di rischio cardiovascolare. Esistono alternative contraccettive compatibili, che vanno valutate con il ginecologo.

Chi assume un contraccettivo combinato e sviluppa per la prima volta un’aura dovrebbe segnalarlo al proprio medico senza attendere il controllo successivo.

Domande frequenti sull’emicrania

Che differenza c’è tra emicrania e cefalea?

Cefalea è il termine generale per qualunque mal di testa. L’emicrania è un tipo specifico di cefalea, con criteri diagnostici propri: dolore tipicamente unilaterale e pulsante, di intensità moderata o severa, che peggiora con il movimento e si accompagna a nausea o a fastidio per luce e suoni. Tutte le emicranie sono cefalee, ma la maggior parte delle cefalee non sono emicranie.

Quanto dura un attacco di emicrania?

Da 4 a 72 ore se non trattato o se il trattamento non risulta efficace. A questo si aggiunge spesso una fase successiva di stanchezza e rallentamento mentale che può durare un’altra giornata.

L’emicrania si può guarire?

Non esiste una cura definitiva, ma esistono trattamenti efficaci. Una profilassi appropriata riduce di norma la frequenza degli attacchi almeno della metà, e in molte persone l’emicrania si attenua spontaneamente con l’età. L’obiettivo realistico è rendere la malattia gestibile, non eliminarla.

Prendere spesso antidolorifici per il mal di testa è un problema?

Sì, oltre certe soglie. Assumere triptani o analgesici in associazione per 10 o più giorni al mese, oppure FANS e analgesici semplici per 15 o più giorni al mese, per oltre tre mesi, può provocare la cefalea da uso eccessivo di farmaci: il mal di testa diventa quasi quotidiano proprio a causa del tentativo di curarlo. È reversibile, ma la sospensione va gestita con il medico.

L’aura è pericolosa?

L’aura in sé è un fenomeno transitorio e reversibile. Va però distinta da un evento neurologico acuto: l’aura si sviluppa gradualmente in minuti e si risolve completamente, mentre un deficit a insorgenza improvvisa richiede una valutazione urgente. La prima aura in assoluto va sempre fatta valutare.

Servono TAC o risonanza per diagnosticare l’emicrania?

No. Con un quadro tipico e un esame neurologico normale la diagnosi è clinica e gli esami di neuroimmagine non sono indicati di routine. Diventano appropriati in presenza di segnali d’allarme o quando si sospetta che il mal di testa sia il sintomo di un’altra condizione.

Perché l’emicrania colpisce di più le donne?

Il fattore principale è ormonale: le oscillazioni degli estrogeni legate al ciclo mestruale agiscono da innesco in chi è predisposto. È il motivo per cui in molte donne gli attacchi si concentrano attorno alla mestruazione e per cui la frequenza spesso cambia in gravidanza e dopo la menopausa.

Prestazioni

Presso il centro medico Santagostino Dyadea di via Larga a Bologna è possibile prenotare le prestazioni utili all’inquadramento e alla gestione dell’emicrania:

  • Neurologia — inquadramento diagnostico, impostazione della terapia dell’attacco e della profilassi
  • Diagnostica per immagini — risonanza magnetica e TC, quando indicate dallo specialista
  • Ginecologia — emicrania mestruale e scelta della contraccezione in presenza di aura
  • Psicologia — tecniche di gestione dello stress e terapia cognitivo-comportamentale
  • Oculistica — quando i disturbi visivi richiedono di escludere una causa oculare

Si ricorda che questo non è un elenco esaustivo ed è sempre opportuno consultare il proprio medico di fiducia in caso di persistenza dei sintomi. In presenza dei segnali d’allarme indicati sopra è necessario rivolgersi tempestivamente a una struttura di emergenza.

Anemia

L’anemia è la riduzione dell’emoglobina nel sangue al di sotto dei valori normali, con conseguente diminuzione dell’ossigeno trasportato ai tessuti. Si parla di anemia quando l’emoglobina scende sotto i 13 g/dl nell’uomo e sotto i 12 g/dl nella donna. I sintomi più comuni sono stanchezza, pallore, fiato corto e palpitazioni, ma sono aspecifici e nelle forme lievi possono mancare del tutto. L’anemia non è una malattia in sé: è un segno che richiede di individuarne la causa, che può andare dalla carenza di ferro a un sanguinamento non riconosciuto. La terapia dipende interamente da quella causa.

Cos’è l’anemia

L’emoglobina è la proteina contenuta nei globuli rossi che lega l’ossigeno nei polmoni e lo distribuisce a tutti i tessuti. Quando la sua quantità si riduce, l’organismo riceve meno ossigeno di quanto ne necessiti e compensa aumentando la frequenza cardiaca e respiratoria: da qui derivano molti dei sintomi.

La riduzione dell’emoglobina può dipendere da tre meccanismi diversi, e distinguerli è il primo passo di ogni percorso diagnostico:

  • ridotta produzione di globuli rossi, per carenza di materie prime (ferro, vitamina B12, folati), per malattie del midollo osseo o per deficit di eritropoietina nella malattia renale cronica
  • aumentata distruzione dei globuli rossi, come nelle anemie emolitiche
  • perdita di sangue, acuta oppure cronica e silenziosa

Quanto è grave un’anemia

La gravità si classifica in base al valore di emoglobina, indicativamente così:

  • lieve: emoglobina tra 11 g/dl e il limite inferiore di normalità
  • moderata: emoglobina tra 8 e 11 g/dl
  • grave: emoglobina inferiore a 8 g/dl

La tolleranza individuale però varia molto. Un’anemia che si è instaurata lentamente può essere ben tollerata anche a valori bassi, perché l’organismo ha avuto tempo di adattarsi; una perdita di sangue rapida dà sintomi importanti anche a valori meno ridotti.

I sintomi dell’anemia

I sintomi dell’anemia sono aspecifici: si sovrappongono a quelli di molte altre condizioni e non permettono da soli di formulare una diagnosi. Nelle forme lievi possono mancare del tutto, e l’anemia viene scoperta per caso con un esame del sangue di routine.

Quando presenti, i più frequenti sono:

  • stanchezza e ridotta resistenza allo sforzo
  • pallore di cute, mucose e congiuntive
  • fiato corto, soprattutto sotto sforzo
  • palpitazioni o battito cardiaco accelerato
  • vertigini e sensazione di testa leggera
  • cefalea
  • difficoltà di concentrazione
  • mani e piedi freddi
  • fragilità di unghie e capelli

Alcuni segni orientano verso forme specifiche. Nella carenza di ferro marcata possono comparire unghie fragili o concave, infiammazione della lingua e, più raramente, il picacismo, cioè il desiderio compulsivo di ingerire sostanze non alimentari come ghiaccio o terra. Nella carenza di vitamina B12 possono presentarsi formicolii, alterazioni della sensibilità e disturbi dell’equilibrio, che possono precedere l’anemia vera e propria.

I tipi di anemia e le loro cause

Sotto il termine anemia rientrano quadri molto diversi tra loro, che richiedono percorsi diagnostici e terapeutici distinti.

Anemia sideropenica (da carenza di ferro)

È di gran lunga la forma più diffusa. Il ferro è indispensabile per sintetizzare l’emoglobina: quando le riserve si esauriscono, la produzione si riduce e i globuli rossi risultano più piccoli del normale.

Le cause si raggruppano in tre categorie:

  • perdite di sangue: mestruazioni abbondanti, sanguinamenti gastrointestinali anche minimi e prolungati (ulcere, gastriti, polipi, emorroidi, uso continuativo di antinfiammatori), donazioni frequenti
  • ridotto assorbimento: celiachia, gastrite atrofica, malattie infiammatorie intestinali, interventi di chirurgia bariatrica, uso prolungato di inibitori di pompa protonica
  • aumentato fabbisogno o apporto insufficiente: gravidanza, allattamento, crescita, diete povere di ferro biodisponibile

Un punto va sottolineato con chiarezza. In un uomo adulto o in una donna in postmenopausa, una carenza di ferro va considerata dovuta a una perdita di sangue dall’apparato digerente fino a prova contraria, e va indagata di conseguenza. Attribuirla frettolosamente alla dieta o alla stanchezza può ritardare l’individuazione di una lesione sanguinante non ancora nota. Nelle donne in età fertile la causa più comune sono le mestruazioni abbondanti, il che però non esclude a priori altre origini.

L’anemia da carenza di ferro può inoltre essere la prima manifestazione di una celiachia non diagnosticata, anche in assenza di sintomi intestinali evidenti.

Anemia da carenza di vitamina B12 o folati

Vitamina B12 e acido folico servono alla maturazione dei globuli rossi. Quando mancano, i globuli rossi prodotti sono più grandi della norma e in numero ridotto: si parla di anemia macrocitica o megaloblastica.

La carenza di B12 può dipendere da dieta vegana o vegetariana stretta senza integrazione, da gastrite atrofica, dall’anemia perniciosa (una forma autoimmune che impedisce l’assorbimento della vitamina), da malattie o resezioni dell’intestino tenue, dall’uso prolungato di metformina o di inibitori di pompa protonica. La carenza di folati è più spesso legata ad alimentazione inadeguata, abuso di alcol, gravidanza o alcune terapie farmacologiche.

Anemia da malattia cronica

Detta anche anemia dell’infiammazione, accompagna condizioni infiammatorie o infettive croniche, malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide, tumori e insufficienza renale cronica. In questi casi il ferro è presente nell’organismo ma resta sequestrato nei depositi e non viene reso disponibile per produrre emoglobina. È una distinzione con ricadute pratiche: integrare ferro qui non risolve il problema, e il trattamento passa dal controllo della malattia di base.

Talassemia (anemia mediterranea) e anemia falciforme

Sono anemie ereditarie, dovute ad alterazioni genetiche della sintesi o della struttura dell’emoglobina. La talassemia, nota anche come anemia mediterranea, è particolarmente diffusa nelle aree del bacino del Mediterraneo. Ne esistono forme lievi, in cui la persona è portatrice sana e presenta solo globuli rossi piccoli con emoglobina di poco ridotta, e forme severe che richiedono trattamento specialistico continuativo.

Il tratto talassemico viene frequentemente confuso con una carenza di ferro, perché in entrambi i casi i globuli rossi appaiono piccoli all’emocromo. La differenza si chiarisce dosando ferritina e assetto marziale, ed è importante: in un portatore di talassemia l’integrazione di ferro non serve e, se protratta senza indicazione, non è priva di rischi.

Anemie emolitiche e aplastiche

Nelle anemie emolitiche i globuli rossi vengono distrutti prima del termine della loro vita normale, per cause autoimmuni, infettive, farmacologiche o genetiche. Nelle anemie aplastiche il midollo osseo riduce o cessa la produzione di cellule del sangue. Sono forme meno frequenti che richiedono una valutazione ematologica specialistica.

Anemia in gravidanza

In gravidanza il volume del sangue aumenta più rapidamente della massa dei globuli rossi: ne deriva una diluizione fisiologica per cui i valori di emoglobina si riducono anche in assenza di una vera anemia. Le soglie diagnostiche sono quindi diverse: si considera anemia un valore di emoglobina inferiore a 11 g/dl, con un limite leggermente più basso, intorno a 10,5 g/dl, nel secondo trimestre.

Il fabbisogno di ferro e folati aumenta in modo consistente, e la carenza di ferro è la causa più comune di anemia in gravidanza. Per questo l’emocromo rientra nei controlli previsti nel percorso di monitoraggio. Eventuali integrazioni vanno concordate con il ginecologo, non impostate autonomamente.

Come si diagnostica l’anemia

La diagnosi si pone con un esame del sangue, in particolare con l’emocromo. Si parla di anemia quando l’emoglobina è inferiore a 13 g/dl nell’uomo e a 12 g/dl nella donna. Un criterio alternativo utilizza l’ematocrito, con valori orientativi inferiori al 40% nell’uomo e al 37% nella donna: i range di riferimento possono però variare leggermente da laboratorio a laboratorio, ed è sempre il referto specifico a fare testo.

Il volume dei globuli rossi orienta la diagnosi

Accertata l’anemia, il parametro che indirizza il percorso successivo è l’MCV, cioè il volume medio dei globuli rossi. Consente di suddividere le anemie in tre grandi gruppi:

  • anemia microcitica (globuli rossi piccoli): orienta verso carenza di ferro o talassemia
  • anemia normocitica (globuli rossi di dimensioni normali): compatibile con anemia da malattia cronica, emorragia recente, emolisi, insufficienza renale
  • anemia macrocitica (globuli rossi grandi): orienta verso carenza di vitamina B12 o folati, abuso di alcol, ipotiroidismo, epatopatie

Gli esami di approfondimento

In base all’orientamento iniziale il medico può richiedere:

  • ferritina, l’indicatore più sensibile delle riserve di ferro. Va interpretata con cautela in presenza di infiammazione, che può renderla falsamente normale o elevata
  • sideremia, transferrina e saturazione della transferrina, per completare l’assetto marziale
  • vitamina B12 e folati
  • reticolociti, per capire se il midollo sta rispondendo producendo nuovi globuli rossi
  • indici di infiammazione, funzione renale ed epatica, funzionalità tiroidea
  • ricerca del sangue occulto nelle feci e, quando indicato, gastroscopia o colonscopia
  • elettroforesi dell’emoglobina, se si sospetta una talassemia

Gli esami di primo livello sono eseguibili presso il laboratorio analisi.

Come si cura l’anemia

Non esiste una cura unica dell’anemia, perché il trattamento coincide con il trattamento della causa. Correggere il valore di emoglobina senza chiarire perché si è ridotto significa rimuovere un segnale senza affrontare ciò che lo ha prodotto.

  • nell’anemia sideropenica si integra il ferro, per via orale o endovenosa nei casi di intolleranza o malassorbimento, e contemporaneamente si individua e si tratta la fonte della perdita
  • nelle carenze di B12 o folati si somministra la vitamina mancante, per via orale o intramuscolare a seconda del meccanismo della carenza
  • nell’anemia da malattia cronica l’obiettivo è il controllo della patologia di base
  • nelle anemie emolitiche, aplastiche ed ereditarie il percorso è specialistico e può comprendere terapie mirate e, nelle forme severe, trasfusioni periodiche

Nell’anemia da carenza di ferro il miglioramento dei sintomi è di norma percepibile dopo alcune settimane di terapia, mentre il ripristino completo delle riserve richiede più tempo: per questo l’integrazione va proseguita per la durata indicata dal medico e non sospesa appena l’emoglobina rientra nei valori normali.

Perché non integrare ferro di propria iniziativa

Assumere integratori di ferro senza una diagnosi è una pratica diffusa e sconsigliabile, per tre ragioni:

  • se l’anemia non dipende da carenza di ferro, l’integrazione non produce alcun beneficio e può risultare inappropriata, come nel tratto talassemico o nell’anemia da malattia cronica
  • l’integrazione altera i valori degli esami e rende più difficile ricostruire il quadro di partenza
  • soprattutto, ritarda l’individuazione della causa, che in alcuni casi è una condizione che richiede di essere diagnosticata presto

Alimentazione e anemia

La dieta da sola non corregge un’anemia già instaurata, ma contribuisce a prevenire le carenze e a mantenere i risultati della terapia.

Il ferro alimentare esiste in due forme. Il ferro eme, contenuto in carne, pesce e frattaglie, viene assorbito con efficienza nettamente maggiore. Il ferro non eme, presente in legumi, verdure a foglia verde, frutta secca e cereali integrali, è assorbito molto meno bene: per questo una dieta vegetariana o vegana richiede maggiore attenzione alle combinazioni alimentari.

Alcuni accorgimenti aumentano sensibilmente la quota di ferro effettivamente assorbita:

  • associare al pasto una fonte di vitamina C (agrumi, kiwi, peperoni, pomodoro), che ne favorisce l’assorbimento
  • evitare di consumare tè e caffè in prossimità dei pasti principali, perché ne riducono l’assorbimento
  • distanziare dai pasti ricchi di ferro latticini e integratori di calcio

Quando rivolgersi al medico

È opportuna una valutazione quando:

  • un esame del sangue mostra emoglobina o ematocrito sotto i valori di riferimento, anche in assenza di disturbi
  • compare stanchezza persistente non giustificata dal ritmo di vita, associata a pallore o fiato corto
  • si notano mestruazioni particolarmente abbondanti o prolungate
  • si osserva sangue nelle feci oppure feci scure e catramose
  • i valori non migliorano nonostante una terapia in corso

Richiedono invece una valutazione urgente dolore toracico, fiato corto a riposo, svenimento, battito cardiaco molto accelerato o un sanguinamento abbondante in atto.

Domande frequenti sull’anemia

Quali valori indicano anemia?

Emoglobina inferiore a 13 g/dl nell’uomo e a 12 g/dl nella donna. In gravidanza la soglia scende a 11 g/dl, con un limite leggermente più basso nel secondo trimestre. I range di riferimento possono variare da laboratorio a laboratorio.

L’anemia è una malattia grave?

Dipende dalla causa più che dal valore. Molte anemie sono lievi e si risolvono completamente una volta corretta l’origine. La rilevanza sta nel fatto che l’anemia può essere il primo segno visibile di una condizione sottostante che va identificata, motivo per cui non andrebbe mai lasciata senza spiegazione.

Quanto tempo serve per far risalire l’emoglobina?

Nell’anemia da carenza di ferro trattata correttamente i sintomi migliorano nell’arco di alcune settimane, mentre ricostituire le riserve richiede diversi mesi. È il motivo per cui la terapia non va interrotta appena l’emocromo si normalizza.

Anemia mediterranea e anemia sideropenica sono la stessa cosa?

No. L’anemia mediterranea è la talassemia, una condizione genetica; l’anemia sideropenica dipende da una carenza di ferro. All’emocromo si somigliano, perché in entrambe i globuli rossi sono piccoli, ma il dosaggio della ferritina e dell’assetto marziale le distingue. La differenza è rilevante, perché nella talassemia l’integrazione di ferro non è indicata.

Si può essere anemici senza accorgersene?

Sì, ed è frequente. Le anemie lievi o a sviluppo lento sono spesso asintomatiche, perché l’organismo si adatta gradualmente. Molte diagnosi arrivano da un emocromo eseguito per altri motivi.

Mangiare più carne o spinaci basta a curare l’anemia?

No. L’alimentazione ha un ruolo nella prevenzione e nel mantenimento, ma non è sufficiente a ricostituire riserve di ferro già esaurite, e non incide affatto sulle anemie che non dipendono da carenze nutrizionali. Serve prima capire di quale anemia si tratta.

Prestazioni

Presso il centro medico Santagostino Dyadea di via Larga a Bologna è possibile prenotare le prestazioni utili all’inquadramento e al trattamento dell’anemia:

  • Laboratorio analisi — emocromo, ferritina, assetto marziale, vitamina B12 e folati
  • Ematologia — per l’inquadramento delle forme che richiedono una valutazione specialistica
  • Gastroenterologia — quando si sospetta una perdita di sangue di origine digestiva o un malassorbimento
  • Ginecologia — in presenza di mestruazioni abbondanti o in gravidanza

Può essere utile anche l’approfondimento sulla celiachia, che tra le sue manifestazioni può presentare proprio un’anemia da carenza di ferro.

Si ricorda che questo non è un elenco esaustivo ed è sempre opportuno consultare il proprio medico di fiducia in caso di persistenza dei sintomi.

Carie dentale

La carie è una malattia dei denti causata dagli acidi prodotti dai batteri della placca, che dissolvono progressivamente i tessuti duri del dente. Nella fase iniziale si manifesta come una macchia bianca opaca sullo smalto, non provoca dolore ed è ancora reversibile con fluoro e igiene adeguata. Quando la lesione supera lo smalto e raggiunge la dentina si forma una cavità che non si ripara da sola e va otturata; se arriva alla polpa compare il mal di denti e si rende necessario un trattamento canalare. Poiché la carie è indolore proprio nella fase in cui si potrebbe ancora fermare, i controlli odontoiatrici periodici sono lo strumento principale per intercettarla in tempo.

Cos’è la carie

La carie è una malattia dei tessuti duri del dente ed è tra le condizioni più diffuse al mondo: interessa la grande maggioranza della popolazione adulta almeno una volta nella vita.

Il dente è formato da tre strati che vengono coinvolti in sequenza:

  • lo smalto, il rivestimento esterno, il tessuto più duro dell’organismo, privo di terminazioni nervose
  • la dentina, più tenera e attraversata da microscopici canalicoli collegati al nervo: da qui la sensibilità
  • la polpa, la parte interna che contiene vasi e nervi

Questa struttura spiega l’andamento tipico dei sintomi: finché la lesione riguarda solo lo smalto non si avverte nulla, perché lo smalto non è innervato.

Come si forma la carie

Il processo segue sempre la stessa sequenza:

  1. sulla superficie dei denti si deposita la placca batterica, una pellicola adesiva che si riforma continuamente
  2. i batteri contenuti nella placca fermentano gli zuccheri presenti nei residui alimentari
  3. la fermentazione produce acidi, che abbassano il pH sulla superficie del dente
  4. l’ambiente acido sottrae minerali allo smalto: è la demineralizzazione

Il punto decisivo è che questo processo non è a senso unico. Tra un attacco acido e l’altro la saliva neutralizza il pH e restituisce minerali allo smalto: è la remineralizzazione. Smalto sano significa equilibrio tra i due fenomeni.

La carie compare quando la demineralizzazione prevale stabilmente. Ne consegue una conclusione pratica importante: finché la lesione è confinata allo smalto può ancora regredire, se si rimuove la placca con costanza e si rinforza il tessuto con il fluoro. Una volta che la cavità si è aperta nella dentina, invece, il tessuto perso non si ricostituisce e serve un intervento del dentista.

Gli stadi della carie

  • Lesione iniziale dello smalto. Si vede come una macchia bianca opaca, a volte ruvida al tatto. Non fa male. È lo stadio reversibile: si tratta con fluoro e correzione dell’igiene, senza trapano.
  • Carie dello smalto conclamata. La superficie si interrompe e compare una piccola cavità, spesso scura. Ancora indolore o quasi. Va otturata.
  • Carie della dentina. La lesione supera lo smalto e progredisce più rapidamente, perché la dentina è meno mineralizzata. Compaiono sensibilità al freddo, al caldo e ai dolci. Richiede un’otturazione.
  • Coinvolgimento della polpa (pulpite). I batteri raggiungono il nervo. Il dolore diventa intenso, spontaneo, spesso peggiore di notte. Serve un trattamento canalare.
  • Necrosi pulpare e ascesso. La polpa muore e l’infezione si estende all’osso attorno alla radice. Può comparire gonfiore. Richiede trattamento endodontico o, nei casi compromessi, l’estrazione.

I sintomi della carie

Va detto prima di tutto il resto: la carie iniziale non dà sintomi. Il dolore compare quando la lesione ha già superato lo smalto, e nella maggior parte dei casi significa che l’intervento necessario è più impegnativo di quanto sarebbe stato mesi prima. Aspettare che faccia male non è una strategia di controllo.

Quando i sintomi arrivano, i più frequenti sono:

  • macchia bianca opaca sullo smalto, primo segno visibile e stadio ancora reversibile
  • macchia scura o marrone sulla superficie o nei solchi del dente
  • sensibilità al freddo, al caldo, ai cibi dolci o acidi, che passa poco dopo la rimozione dello stimolo
  • cavità visibile o percepibile con la lingua, talvolta con un bordo tagliente
  • ristagno di cibo ricorrente sempre nello stesso punto
  • alitosi o cattivo sapore localizzato
  • dolore spontaneo e persistente, che indica un coinvolgimento della polpa

Un dolore che dura a lungo dopo lo stimolo, o che compare da solo soprattutto la notte, va distinto dalla semplice sensibilità: è il segnale che l’infiammazione ha raggiunto il nervo.

Le cause e i fattori di rischio

Perché la carie si sviluppi devono coesistere quattro elementi: batteri, zuccheri, un dente suscettibile e il tempo. Su ciascuno si può intervenire.

  • igiene orale insufficiente, in particolare la mancata pulizia degli spazi interdentali, dove nasce una quota rilevante delle carie
  • dieta ricca di zuccheri, e soprattutto assunzioni ripetute nell’arco della giornata
  • ridotta produzione di saliva: la saliva neutralizza gli acidi e apporta minerali. La secchezza può derivare da farmaci, radioterapia, sindrome di Sjögren, respirazione orale o disidratazione
  • anatomia del dente: solchi profondi sulle superfici masticanti dei molari trattengono placca e sono difficili da pulire
  • affollamento dentale e denti sovrapposti
  • apparecchi ortodontici, protesi e otturazioni debordanti, che creano zone di ristagno
  • recessione gengivale, che espone la radice, meno mineralizzata dello smalto
  • fumo e reflusso gastroesofageo, che alterano l’ambiente orale
  • carie pregresse: chi ne ha già avute ha un rischio più alto di svilupparne di nuove

Zuccheri: conta più la frequenza della quantità

È il concetto più utile e il meno conosciuto. Ogni volta che si assumono zuccheri, il pH sulla superficie dei denti si abbassa e resta acido per una ventina di minuti circa, prima che la saliva riesca a riequilibrarlo.

Ne deriva che sei piccoli spuntini zuccherati distribuiti nella giornata danneggiano i denti più di un unico dolce a fine pasto, anche a parità di zucchero totale: nel primo caso i denti restano in ambiente acido per gran parte della giornata, nel secondo per pochi minuti.

Sono particolarmente critici il sorseggiare bevande zuccherate per lunghi periodi, le caramelle che si sciolgono lentamente e gli spuntini frequenti fuori pasto.

Carie nei bambini e carie della radice

Nei bambini piccoli esiste una forma specifica, la cosiddetta carie da biberon, legata al contatto prolungato dei denti con bevande zuccherate, succhi o latte, soprattutto se somministrati la notte o durante l’addormentamento, quando la salivazione si riduce. Interessa tipicamente gli incisivi superiori e può progredire rapidamente.

Curare i denti da latte è necessario: non sono destinati a cadere subito e la loro perdita anticipata può alterare lo spazio per i denti permanenti, oltre a esporre il bambino a dolore e infezioni.

Negli adulti, e soprattutto dopo i sessant’anni, è frequente la carie radicolare: quando la gengiva si ritira espone la radice del dente, che non è protetta dallo smalto e si demineralizza a valori di pH meno acidi. È una delle ragioni per cui la salute gengivale e il rischio di carie sono collegati, e per cui vale la pena tenere sotto controllo anche la gengivite.

Come si diagnostica

La visita odontoiatrica comprende l’ispezione diretta delle superfici dentali, eventualmente con specillo e sistemi di illuminazione o ingrandimento.

L’ispezione da sola però non basta, ed è un punto da chiarire. Le carie interprossimali, quelle che si formano nel punto di contatto tra due denti vicini, non sono visibili a occhio nudo finché non hanno raggiunto dimensioni considerevoli. Per individuarle servono le radiografie bite-wing, che riprendono simultaneamente le corone dei denti superiori e inferiori di un settore.

La radiografia non è quindi un accertamento accessorio da riservare ai casi dubbi: è l’unico modo per vedere una parte consistente delle carie, e la periodicità con cui ripeterla viene stabilita dall’odontoiatra in base al rischio individuale.

Come si cura la carie

Lesione iniziale: rimineralizzazione

Quando la lesione è ancora limitata allo smalto non si interviene con il trapano. Si applicano fluoro professionale, vernici o gel rimineralizzanti, si corregge la tecnica di igiene domiciliare e si rivaluta la lesione ai controlli successivi. È l’unico stadio in cui il dente può tornare integro.

Otturazione e intarsio

Quando la cavità è formata, il tessuto cariato viene rimosso e lo spazio ricostruito. Nella maggior parte dei casi si esegue un’otturazione in composito direttamente alla poltrona, con un materiale del colore del dente. Per lesioni molto estese si ricorre all’intarsio, un restauro preparato in laboratorio su impronta e poi cementato. Sono trattamenti di competenza delle terapie conservative.

Trattamento canalare

Se la carie ha raggiunto la polpa, l’otturazione non è più sufficiente. Il trattamento canalare, comunemente chiamato devitalizzazione, consiste nel rimuovere il tessuto pulpare infiammato o infetto, detergere e disinfettare i canali radicolari e sigillarli. Si esegue in anestesia. Il dente trattato diventa più fragile e spesso viene poi protetto con una corona. È l’ambito dell’endodonzia.

Corona ed estrazione

La corona è un rivestimento su misura che ricopre il dente quando la struttura residua non è sufficiente a sostenere un’otturazione. L’estrazione è l’ultima opzione, riservata ai denti troppo compromessi per essere recuperati; in quel caso si valuta come sostituire l’elemento perso.

Complicanze e quando è un’urgenza

Una carie non trattata non si arresta. L’evoluzione tipica è: infiammazione della polpa, poi necrosi, poi diffusione dell’infezione all’osso attorno all’apice della radice, con formazione di un granuloma o di un ascesso.

Richiedono una valutazione in giornata:

  • dolore dentale intenso che non risponde agli analgesici
  • comparsa di una tumefazione della gengiva o fuoriuscita di pus

Richiedono invece un accesso immediato a una struttura di emergenza:

  • gonfiore del viso che si estende a guancia, occhio o collo
  • febbre associata al dolore dentale
  • difficoltà ad aprire la bocca, a deglutire o a respirare

Sono i segni di un’infezione che si sta diffondendo oltre il dente: è una condizione rara ma potenzialmente grave, in cui il tempo conta.

Come prevenire la carie

  • Spazzolare due volte al giorno con un dentifricio al fluoro, dedicando almeno due minuti a ogni sessione
  • Pulire gli spazi interdentali ogni giorno con filo o scovolino: lo spazzolino non raggiunge le superfici tra un dente e l’altro, che sono tra le sedi più frequenti di carie
  • Non sciacquare abbondantemente dopo lo spazzolamento: sputare il dentifricio in eccesso e limitare il risciacquo permette al fluoro di restare più a lungo a contatto con lo smalto
  • Ridurre la frequenza degli spuntini e delle bevande zuccherate più che la quantità complessiva
  • Attendere circa mezz’ora prima di spazzolare dopo cibi o bevande molto acidi: lo smalto temporaneamente ammorbidito si consuma più facilmente
  • Bere acqua durante la giornata, soprattutto in caso di secchezza delle fauci
  • Sigillature dei solchi nei bambini: una resina protettiva applicata sulle superfici masticanti dei molari permanenti, che riduce sensibilmente il rischio di carie in quella sede
  • Controlli e sedute di igiene professionale periodiche, con frequenza stabilita dall’odontoiatra in base al rischio individuale

Applicazioni professionali di fluoro, sigillature e richiami rientrano nei percorsi di prevenzione e igiene orale.

Domande frequenti sulla carie

Una carie può guarire da sola?

Solo allo stadio iniziale, quando è ancora una macchia bianca limitata allo smalto: in quel caso il fluoro e un’igiene corretta possono rimineralizzare il tessuto. Una volta che la cavità si è aperta nella dentina, il tessuto perso non si ricostituisce e serve un’otturazione.

Una carie può non fare male?

Sì, ed è la regola nelle fasi iniziali, perché lo smalto non ha terminazioni nervose. Il dolore compare quando la lesione ha già raggiunto la dentina o la polpa. È la ragione per cui i controlli periodici intercettano le carie molto prima dei sintomi.

Quanto tempo impiega una carie a formarsi?

Molto variabile: nello smalto la progressione è tipicamente lenta e può richiedere anni, mentre una volta raggiunta la dentina accelera. Nei bambini e nelle situazioni ad alto rischio, come secchezza delle fauci o consumo frequente di zuccheri, i tempi si accorciano sensibilmente.

La carie è contagiosa?

La carie in sé non si trasmette, ma i batteri che la favoriscono sì, attraverso la saliva. È il motivo per cui si sconsiglia di assaggiare la pappa con il cucchiaino del bambino o di pulire il ciuccio in bocca: lo sviluppo della carie dipende comunque da igiene e alimentazione, non dal solo contatto.

Bisogna curare le carie dei denti da latte?

Sì. I denti da latte restano in bocca diversi anni, e la loro perdita anticipata può alterare lo spazio disponibile per i denti permanenti. Una carie non trattata può inoltre causare dolore e infezioni, e interessare il germe del dente definitivo sottostante.

Il dentifricio al fluoro è sicuro?

Sì, alle concentrazioni dei dentifrici in commercio, ed è la misura preventiva con le evidenze più solide. Nei bambini la quantità e la concentrazione vanno rapportate all’età, con l’indicazione dell’odontoiatra o del pediatra, e la spazzolatura va supervisionata finché non è acquisita l’abitudine a sputare.

Prestazioni

Presso il centro medico Santagostino Dyadea di via Larga a Bologna è possibile prenotare le prestazioni utili alla diagnosi, alla cura e alla prevenzione della carie:

Si ricorda che questo non è un elenco esaustivo ed è sempre opportuno consultare il proprio medico di fiducia in caso di persistenza dei sintomi. In presenza di gonfiore del viso o febbre associata a dolore dentale è necessario rivolgersi tempestivamente a una struttura di emergenza.

Sindrome dell’intestino irritabile (colon irritabile): sintomi, cause e dieta

Cos’è la sindrome dell’intestino irritabile

La sindrome dell’intestino irritabile — nota anche come colon irritabile o, con la sigla inglese, IBS — è un disturbo funzionale cronico dell’intestino, caratterizzato da dolore addominale ricorrente associato ad alterazioni dell’alvo (diarrea, stitichezza o entrambe), in assenza di lesioni organiche o infiammatorie evidenziabili con gli esami standard. Non va quindi confusa con le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), come il morbo di Crohn o la colite ulcerosa, che sono invece caratterizzate da un’infiammazione organica dell’intestino.

Alla base della sindrome c’è un’alterazione del cosiddetto asse intestino-cervello: il dialogo continuo, fatto di segnali nervosi, ormonali e chimici, tra apparato digerente e sistema nervoso. Per questo motivo fattori emotivi come stress e ansia possono influenzare direttamente la motilità intestinale e la percezione del dolore viscerale.

Sintomi del colon irritabile

La diagnosi si basa su un quadro di sintomi che si presenta in modo ricorrente per almeno alcuni mesi, e comprende tipicamente dolore o fastidio addominale associato ad almeno una delle seguenti caratteristiche:

  • miglioramento del dolore dopo l’evacuazione
  • variazione della frequenza delle evacuazioni in concomitanza con il dolore
  • variazione dell’aspetto delle feci in concomitanza con il dolore

Ad essi si possono associare altri sintomi, tra cui:

  • evacuazioni molto frequenti o, al contrario, poco frequenti
  • gonfiore e distensione addominale, spesso variabile nel corso della giornata
  • urgenza o difficoltà nell’evacuazione
  • presenza di muco nelle feci

Sottotipi della sindrome dell’intestino irritabile

In base al sintomo intestinale prevalente, la sindrome viene generalmente classificata in quattro sottotipi:

  • IBS con diarrea (IBS-D)
  • IBS con stitichezza (IBS-C)
  • IBS a tipo misto (IBS-M), con alternanza di diarrea e stitichezza
  • IBS non classificata (IBS-U), quando il quadro non rientra chiaramente nelle categorie precedenti

Riconoscere il sottotipo prevalente aiuta a orientare le scelte terapeutiche e dietetiche più adatte al singolo paziente.

Le cause del colon irritabile

Le cause non sono uniche, ma il risultato di più fattori che si combinano tra loro:

  • alterazioni della motilità intestinale (transito troppo rapido o troppo lento)
  • ipersensibilità viscerale, ovvero una percezione amplificata degli stimoli intestinali normali
  • alterazioni della flora batterica intestinale (microbiota)
  • stress, ansia e fattori psicologici
  • intolleranze o sensibilità alimentari
  • familiarità
  • episodi pregressi di gastroenterite infettiva

La dieta FODMAP

Uno degli approcci più studiati per la gestione dei sintomi è la dieta low-FODMAP. L’acronimo indica un gruppo di carboidrati a catena corta (oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili) scarsamente assorbiti dall’intestino tenue: una volta raggiunto il colon, vengono rapidamente fermentati dai batteri intestinali, richiamando acqua e producendo gas, con conseguente gonfiore, dolore e alterazioni dell’alvo nei soggetti predisposti.

Il protocollo prevede generalmente tre fasi, da seguire sotto la guida di un nutrizionista o dietista:

  • eliminazione: si escludono per alcune settimane gli alimenti ad alto contenuto di FODMAP (tra gli altri: cipolla, aglio, legumi, alcuni tipi di frutta, latticini con lattosio, grano);
  • reintroduzione graduale: gli alimenti vengono reintrodotti uno alla volta, un gruppo per settimana, monitorando la comparsa di sintomi;
  • personalizzazione: sulla base della risposta individuale, si definisce una dieta a lungo termine che esclude solo gli alimenti realmente mal tollerati, evitando restrizioni non necessarie.

Come si tratta il colon irritabile

Non esiste un trattamento unico valido per tutti i pazienti: la gestione è personalizzata e tiene conto del sottotipo prevalente e dei fattori scatenanti individuali. Le strategie principali comprendono:

  • modifiche dietetiche, inclusa eventualmente la dieta low-FODMAP
  • attività fisica regolare e corretta idratazione
  • farmaci sintomatici mirati al sintomo prevalente: antispastici, lassativi, antidiarroici, o farmaci che agiscono sulla motilità intestinale, da valutare con il medico
  • probiotici, in casi selezionati
  • supporto psicologico o tecniche di gestione dello stress (rilassamento, terapie cognitivo-comportamentali), utili data la stretta connessione tra intestino e sistema nervoso

Come si diagnostica il colon irritabile

La diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile è una diagnosi per esclusione: prima di confermarla, il medico deve escludere altre condizioni che possono dare sintomi simili, tra cui il morbo di Crohn, la colite ulcerosa, la celiachia e le infezioni intestinali. Il percorso diagnostico può comprendere esami del sangue, esame delle feci e, quando indicato dal quadro clinico o dall’età del paziente, una colonscopia.

Domande frequenti sul colon irritabile

Qual è la differenza tra colon irritabile e sindrome dell’intestino irritabile?
Nessuna: sono due nomi per la stessa condizione. “Colon irritabile” è il termine più diffuso nel linguaggio comune, “sindrome dell’intestino irritabile” (o IBS) è la denominazione clinica.

Cosa mangiare in caso di colon irritabile?
Non esiste una dieta valida per tutti: molti pazienti traggono beneficio da un approccio come la dieta low-FODMAP, da seguire con il supporto di un nutrizionista, che identifica gli alimenti realmente responsabili dei sintomi evitando restrizioni non necessarie.

Il colon irritabile è una malattia infiammatoria?
No. È un disturbo funzionale, senza un’infiammazione organica evidenziabile con gli esami standard. Va distinto dalle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), come il morbo di Crohn o la colite ulcerosa, che sono condizioni diverse e richiedono percorsi diagnostici e terapeutici specifici.

Scoliosi: sintomi, gradi e cura (busto o intervento)

Cos’è la scoliosi

La scoliosi è una deviazione laterale della colonna vertebrale, associata a una rotazione delle vertebre lungo il proprio asse. Osservata frontalmente, una colonna scoliotica non appare più dritta, ma disegna una o più curve laterali. Riguarda soprattutto bambini e adolescenti in fase di crescita, ma può interessare anche gli adulti.

Sintomi della scoliosi

Nelle forme lievi la scoliosi può non dare sintomi evidenti e passare inosservata a lungo, soprattutto nei bambini. I segni più comuni da osservare sono:

  • spalle non allineate, a diversa altezza
  • una scapola più prominente o più alta dell’altra
  • fianchi o anche irregolari, non alla stessa altezza
  • asimmetria del torace, con un lato più sporgente
  • nelle curve più severe, dolore alla schiena, soprattutto negli adulti

Nei casi più avanzati, quando la deformità è marcata, può ridursi anche lo spazio a disposizione del torace, con possibili ripercussioni sulla funzionalità respiratoria; in adolescenza la scoliosi può inoltre avere un impatto sul benessere psicologico legato alla percezione della propria immagine corporea.

Scoliosi vera o atteggiamento scoliotico

Non ogni asimmetria della schiena è una scoliosi. Si parla di atteggiamento scoliotico quando la curva è dovuta a posture scorrette mantenute nel tempo ed è reversibile, ad esempio correggendo la postura o attraverso attività fisica mirata. La scoliosi vera comporta invece anche una rotazione strutturale delle vertebre, non correggibile volontariamente. Un test clinico semplice per distinguerle è il cosiddetto bending test: il paziente si flette in avanti a gambe tese e mani unite; se compare una prominenza asimmetrica (gibbo) su un lato della schiena, è indicativo di una scoliosi strutturale, da approfondire con una radiografia.

Gradi della scoliosi e angolo di Cobb

La gravità della scoliosi si misura attraverso una radiografia della colonna in piedi, calcolando il cosiddetto angolo di Cobb: più l’angolo è ampio, più la curva è severa. In linea generale, le soglie di riferimento utilizzate per orientare il trattamento sono:

  • curve lievi (fino a circa 20-25°): si opta generalmente per il monitoraggio periodico e la ginnastica posturale;
  • curve moderate (circa 25-40°), soprattutto in soggetti ancora in crescita: può essere indicato l’uso di un corsetto ortopedico (busto);
  • curve severe (oltre 45-50°): può essere valutato l’intervento chirurgico, soprattutto se la curva continua a peggiorare nonostante busto e fisioterapia.

Queste soglie sono indicative: la decisione terapeutica va sempre presa dallo specialista, tenendo conto anche dell’età del paziente, del potenziale di crescita residuo e della velocità di progressione della curva.

Le cause della scoliosi

Nella maggior parte dei casi (scoliosi idiopatica) la causa esatta non è nota, anche se si ipotizza una componente genetica. In base all’età di insorgenza si distingue tra scoliosi idiopatica infantile (0-3 anni), giovanile (3-10 anni) e dell’adolescenza (dopo i 10 anni), quest’ultima la forma più frequente.

Esistono poi forme di scoliosi non idiopatica, tra cui:

  • scoliosi congenita, dovuta a un’anomalia nello sviluppo delle vertebre presente dalla nascita;
  • scoliosi neuromuscolare, associata a patologie neurologiche o muscolari;
  • scoliosi degenerativa dell’adulto, legata all’usura delle strutture della colonna nel tempo.

Come si cura la scoliosi

Il trattamento dipende da gradi della curva, età del paziente e rischio di progressione:

  • osservazione e monitoraggio periodico, per le curve lievi, con controlli radiografici regolari per verificarne l’evoluzione;
  • ginnastica posturale e fisioterapia specifica, utile a supporto in tutte le fasi, anche se da sola non corregge una scoliosi strutturale;
  • corsetto ortopedico (busto), indicato nelle curve moderate durante la fase di crescita, con l’obiettivo di contenere la progressione;
  • intervento chirurgico, riservato alle curve severe o in rapido peggioramento: la tecnica più utilizzata è la fusione spinale, che stabilizza le vertebre coinvolte con viti e barre.

Nell’adulto, quando la scoliosi è dolorosa, il trattamento si concentra spesso sulla gestione del dolore e sulla fisioterapia, riservando la chirurgia a casi selezionati.

Come si diagnostica la scoliosi

La diagnosi parte dalla visita specialistica (ortopedica o fisiatrica), che comprende l’osservazione della postura e il bending test. La conferma e la quantificazione della curva avvengono tramite:

  • radiografia della colonna vertebrale in ortostatismo (in piedi), per misurare l’angolo di Cobb
  • risonanza magnetica, nei casi che richiedono un approfondimento, ad esempio in presenza di sintomi neurologici o sospetto di cause non idiopatiche

Domande frequenti sulla scoliosi

Come si misura la gravità della scoliosi?
Attraverso l’angolo di Cobb, calcolato su una radiografia della colonna in piedi: più l’angolo è ampio, più la curva è severa.

La scoliosi si può correggere con la ginnastica?
La ginnastica posturale è utile come supporto e nella gestione dell’atteggiamento scoliotico, ma non corregge una scoliosi strutturale vera, che richiede monitoraggio, busto o, nei casi più severi, chirurgia.

A che età si opera la scoliosi?
Non esiste un’età fissa: l’intervento viene valutato quando la curva supera le soglie di gravità (generalmente oltre i 45-50° Cobb) o progredisce rapidamente nonostante busto e fisioterapia, indipendentemente dall’età del paziente.

Artrosi: sintomi, cause e cura per ginocchio, anca e mani

Cos’è l’artrosi

L’artrosi è una malattia degenerativa cronica che colpisce le articolazioni, in particolare la cartilagine che riveste le estremità ossee e ne permette lo scorrimento senza attrito. Con la progressione della malattia, la cartilagine si assottiglia e si consuma, causando dolore, rigidità e, nel tempo, una riduzione della mobilità articolare. È una delle patologie osteoarticolari più diffuse, soprattutto dopo i 50-60 anni, e colpisce più frequentemente le donne, in particolare dopo la menopausa.

Le articolazioni più colpite sono ginocchia, anche, mani e colonna vertebrale, ma l’artrosi può interessare, seppur più raramente, anche altre articolazioni.

Sintomi generali dell’artrosi

I sintomi tendono a comparire e peggiorare gradualmente nel tempo:

  • dolore articolare, inizialmente sotto sforzo e in seguito anche a riposo
  • rigidità, soprattutto al risveglio o dopo periodi di inattività
  • riduzione della mobilità e difficoltà nei movimenti abituali
  • gonfiore occasionale dell’articolazione coinvolta
  • scricchiolii o crepitii durante il movimento

Artrosi per articolazione

Artrosi del ginocchio (gonartrosi): tra le forme più comuni. Il dolore compare tipicamente sotto sforzo (salire le scale, alzarsi da seduti) e può diventare progressivamente più intenso, fino a disturbare il sonno nelle fasi avanzate. Può interessare uno o entrambi i ginocchia.

Artrosi dell’anca (coxartrosi): causa dolore all’inguine, al gluteo o alla coscia, spesso accompagnato da difficoltà a camminare per periodi prolungati o a compiere movimenti come allacciarsi le scarpe.

Artrosi delle mani: colpisce soprattutto le articolazioni delle dita, causando difficoltà nei movimenti di precisione (afferrare oggetti piccoli, scrivere, allacciare bottoni) e, con il tempo, la comparsa di nodosità caratteristiche alle articolazioni.

Artrosi della colonna vertebrale: può causare dolore localizzato e, quando le alterazioni articolari comprimono le strutture nervose vicine, anche formicolio, intorpidimento o debolezza agli arti.

Gradi di gravità

La gravità dell’artrosi viene generalmente classificata su base radiografica, in gradi crescenti a seconda di quanto la cartilagine risulta assottigliata e di quanto sono presenti alterazioni ossee (osteofiti). Nei gradi iniziali il danno cartilagineo può essere presente anche senza sintomi evidenti; nei gradi più avanzati il dolore diventa più costante e la mobilità articolare si riduce in modo significativo, fino a poter richiedere, nei casi più severi, l’intervento chirurgico.

Le cause dell’artrosi

L’artrosi può essere primaria, quando è legata principalmente all’invecchiamento e all’usura fisiologica della cartilagine, oppure secondaria, quando è conseguenza di altri fattori. Tra le cause e i fattori di rischio più comuni:

  • età avanzata
  • familiarità con la malattia
  • sovrappeso e obesità, che aumentano il carico sulle articolazioni portanti
  • traumi, fratture e interventi chirurgici pregressi all’articolazione
  • posture scorrette o sovraccarichi ripetuti nel tempo, anche legati ad alcune attività sportive o lavorative
  • altre patologie articolari, come alcune forme di artrite

Come si tratta l’artrosi

Il danno cartilagineo dell’artrosi è irreversibile: le terapie disponibili hanno l’obiettivo di ridurre il dolore, rallentare la progressione e mantenere la funzionalità articolare il più a lungo possibile. Le opzioni comprendono:

  • farmaci antidolorifici e antinfiammatori
  • infiltrazioni intra-articolari, ad esempio a base di acido ialuronico
  • fisioterapia e attività fisica mirata al rinforzo muscolare e al mantenimento della mobilità
  • calo ponderale, quando indicato, per ridurre il carico sulle articolazioni
  • intervento chirurgico (fino all’impianto di protesi articolare) nei casi più avanzati, quando le altre terapie non sono più sufficienti a garantire una buona qualità di vita

Prevenzione

Non è possibile prevenire completamente l’artrosi, soprattutto nella sua forma primaria legata all’età, ma è possibile ridurre il rischio o rallentarne la progressione:

  • mantenendo un peso corporeo adeguato
  • praticando regolarmente attività fisica a basso impatto articolare (es. nuoto, bicicletta)
  • evitando sovraccarichi e posture scorrette prolungate
  • trattando tempestivamente eventuali traumi articolari

Come si diagnostica l’artrosi

La diagnosi si basa sulla visita medica, durante la quale lo specialista valuta dolore, mobilità e conformazione dell’articolazione, integrata da esami di imaging:

  • radiografia: primo esame utilizzato per osservare la riduzione dello spazio articolare e l’eventuale presenza di osteofiti
  • risonanza magnetica, in casi selezionati, per uno studio più dettagliato dei tessuti molli e della cartilagine

Domande frequenti sull’artrosi

L’artrosi si può guarire?
No, il danno alla cartilagine è irreversibile. Le terapie disponibili permettono però di controllare il dolore, rallentare la progressione e mantenere una buona qualità della vita.

Qual è la differenza tra artrosi e artrite?
L’artrosi è una malattia degenerativa legata all’usura della cartilagine, tipicamente associata all’età; l’artrite è invece un’infiammazione dell’articolazione, spesso di origine autoimmune, che può colpire anche in età giovane e presenta caratteristiche cliniche diverse.

A che età compare l’artrosi?
Può comparire già dopo i 40-50 anni, ma diventa più frequente con l’avanzare dell’età, soprattutto dopo i 60 anni. Forme secondarie, legate a traumi o sovraccarichi, possono manifestarsi anche prima.

Celiachia: sintomi, cause e dieta senza glutine

Cos’è la celiachia

La celiachia è una malattia autoimmune scatenata dall’assunzione di glutine, la componente proteica presente in frumento, orzo, segale e altri cereali affini. In chi è geneticamente predisposto, il glutine innesca una risposta immunitaria che infiamma cronicamente la mucosa dell’intestino tenue, danneggiando i villi intestinali, le piccole strutture responsabili dell’assorbimento di vitamine, minerali e altri nutrienti. Con il tempo, questo danno può compromettere lo stato di salute generale del paziente.

Sintomi della celiachia

I sintomi possono essere molto diversi da persona a persona, e non riguardano solo l’apparato digerente. Tra i più frequenti:

  • diarrea ricorrente
  • gonfiore addominale, meteorismo e crampi
  • perdita di peso non intenzionale
  • stanchezza cronica e mal di testa
  • anemia da carenza di ferro
  • riduzione della densità ossea, fino all’osteoporosi
  • afte orali ricorrenti
  • formicolio a mani e piedi
  • difficoltà di concepimento e aborti ricorrenti

In molti casi, soprattutto negli adulti, i sintomi sono sfumati o extra-intestinali, e questo può ritardare la diagnosi anche di diversi anni.

Le cause della celiachia

La celiachia è una patologia multifattoriale, in cui concorrono predisposizione genetica e fattori ambientali. Chi ha un parente di primo grado celiaco ha un rischio più alto di sviluppare la malattia. Alcuni fattori ambientali, come infezioni gastrointestinali nella prima infanzia, sembrano poter contribuire alla comparsa della malattia in soggetti predisposti.

La celiachia si associa inoltre più frequentemente ad altre condizioni autoimmuni, come il diabete di tipo 1, la tiroidite autoimmune, l’artrite reumatoide e la sindrome di Down.

Alimenti da evitare e alimenti permessi

Chi soffre di celiachia deve escludere dalla dieta tutti gli alimenti contenenti glutine, tra cui:

  • pane, pasta, pizza e prodotti da forno a base di frumento
  • orzo, segale, farro, kamut e i loro derivati
  • prodotti industriali che possono contenere glutine anche in tracce (salse, insaccati, prodotti confezionati non certificati)

Sono invece generalmente permessi:

  • cereali e pseudocereali naturalmente privi di glutine: riso, mais, grano saraceno, quinoa, miglio
  • frutta, verdura e legumi freschi
  • carne, pesce e uova non impanati o lavorati con farine contenenti glutine
  • latte e derivati non addizionati
  • prodotti specificamente certificati “senza glutine”

Anche minime contaminazioni possono scatenare i sintomi: per questo è importante leggere sempre le etichette e prestare attenzione alla contaminazione crociata durante la preparazione dei cibi.

Celiachia e sensibilità al glutine non celiaca

Non tutte le reazioni al glutine sono celiachia. Esiste una condizione distinta, chiamata sensibilità al glutine non celiaca, che può causare sintomi simili (gonfiore, dolore addominale, stanchezza) ma senza il danno intestinale e senza i marcatori autoimmuni tipici della celiachia. A differenza della celiachia, non esistono al momento test diagnostici specifici per confermarla: la diagnosi avviene per esclusione, dopo aver escluso celiachia e allergia al grano.

Come si tratta la celiachia

Ad oggi non esiste una terapia farmacologica per la celiachia. L’unico trattamento efficace è una dieta rigorosamente priva di glutine, da seguire per tutta la vita. Eliminando il glutine dall’alimentazione, la mucosa intestinale si ripara progressivamente e i sintomi tendono a scomparire, generalmente entro 6-18 mesi dall’inizio della dieta.

È importante che il percorso alimentare sia seguito insieme a un medico o a un dietista esperto, per assicurarsi che la dieta resti completa e bilanciata anche escludendo tutti i cereali contenenti glutine.

Come si diagnostica la celiachia

La diagnosi si basa su un percorso in più fasi, da effettuare mantenendo il glutine nella dieta fino al termine degli accertamenti (una dieta priva di glutine iniziata prima della diagnosi può falsare i risultati):

  • esami del sangue, alla ricerca di anticorpi specifici (anti-transglutaminasi, anti-endomisio)
  • gastroscopia con biopsia duodenale, per verificare l’eventuale danno ai villi intestinali
  • test genetico (ricerca degli aplotipi HLA-DQ2/DQ8), utile soprattutto nei bambini o in caso di quadri dubbi

Dopo la diagnosi sono previsti controlli periodici per monitorare l’aderenza alla dieta e il recupero della funzionalità intestinale.

Domande frequenti sulla celiachia

La celiachia si può guarire?
No, la celiachia è una condizione permanente. Con una dieta rigorosamente priva di glutine seguita per tutta la vita, però, i sintomi si risolvono e la mucosa intestinale si ripara, permettendo una qualità di vita normale.

Quali alimenti deve evitare un celiaco?
Tutti gli alimenti contenenti frumento, orzo, segale, farro e kamut, oltre ai prodotti industriali non certificati che possono contenere tracce di glutine. Sono invece sicuri riso, mais, grano saraceno, quinoa, legumi, frutta, verdura e i prodotti certificati “senza glutine”.

Qual è la differenza tra celiachia e sensibilità al glutine?
La celiachia è una malattia autoimmune che danneggia l’intestino e si diagnostica con esami del sangue e biopsia; la sensibilità al glutine non celiaca causa sintomi simili ma senza danno intestinale né marcatori autoimmuni, e si riconosce per esclusione delle altre due condizioni.

Diabete: sintomi, cause, tipi e cura

Cos’è il diabete

Il diabete mellito è una malattia cronica caratterizzata da un eccesso di glucosio (zucchero) nel sangue, condizione nota come iperglicemia. È la conseguenza di un’alterazione nella produzione o nell’azione dell’insulina, l’ormone prodotto dal pancreas che regola il trasporto del glucosio dal sangue alle cellule, dove viene utilizzato come fonte di energia.

Esistono diverse forme di diabete:

  • Diabete di tipo 1: malattia autoimmune in cui il pancreas non produce più insulina. Insorge più spesso in età pediatrica o adolescenziale.
  • Diabete di tipo 2: la forma più diffusa, in cui l’insulina viene prodotta ma agisce in modo insufficiente (insulino-resistenza). Compare soprattutto in età adulta ed è legato a stile di vita e fattori metabolici.
  • Diabete gestazionale: insorge in gravidanza e generalmente si risolve dopo il parto, anche se aumenta il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 in futuro.

Sintomi del diabete

I sintomi derivano dall’eccesso di glucosio nel sangue e, nel diabete di tipo 2, possono comparire in modo graduale e passare inosservati per molto tempo. I più comuni sono:

  • sete intensa e persistente
  • aumento della diuresi (poliuria)
  • stanchezza cronica
  • fame frequente
  • perdita di peso non intenzionale
  • vista offuscata
  • guarigione lenta di ferite e infezioni ricorrenti

Nel diabete di tipo 1 l’esordio è spesso più rapido e i sintomi più marcati, mentre nel tipo 2 la fase iniziale può essere del tutto asintomatica: per questo la diagnosi arriva talvolta con anni di ritardo rispetto all’effettivo inizio della malattia.

Le cause del diabete

Le cause variano a seconda della tipologia.

Diabete di tipo 1: è una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario attacca le cellule del pancreas che producono insulina. Entra in gioco una predisposizione genetica, insieme a fattori ambientali non ancora del tutto chiariti. Non è una condizione prevenibile.

Diabete di tipo 2: è legato a una combinazione di fattori:

  • familiarità e predisposizione genetica
  • sovrappeso e obesità
  • sedentarietà
  • alimentazione ricca di zuccheri semplici e grassi
  • età avanzata
  • altri squilibri metabolici, come ipertensione e alterazioni del colesterolo

In una quota minore di casi il diabete può essere conseguenza di altre patologie del pancreas o della sua asportazione chirurgica.

Complicanze del diabete

Se non tenuto sotto controllo nel tempo, l’eccesso di glucosio nel sangue può danneggiare vasi sanguigni e nervi, con ripercussioni su diversi organi:

  • Retinopatia diabetica: danno ai vasi sanguigni della retina, che nei casi più gravi può portare a una riduzione della vista.
  • Nefropatia diabetica: riduzione della capacità dei reni di filtrare le scorie dal sangue.
  • Neuropatia diabetica: danno ai nervi periferici, con formicolii, riduzione della sensibilità e, nei casi più avanzati, ulcere soprattutto ai piedi.
  • Rischio cardiovascolare aumentato: il diabete è un importante fattore di rischio per infarto e ictus.

Una diagnosi precoce e un buon controllo della glicemia nel tempo riducono in modo significativo il rischio di sviluppare queste complicanze.

Come si tratta il diabete

Il trattamento cambia a seconda del tipo di diabete.

Per il diabete di tipo 1 non esiste una cura risolutiva: la terapia consiste nella somministrazione quotidiana di insulina, tramite iniezioni o microinfusore, associata al monitoraggio costante della glicemia. Una dieta equilibrata e l’attività fisica regolare aiutano a mantenere un buon compenso metabolico.

Per il diabete di tipo 2, il trattamento parte spesso da modifiche dello stile di vita (alimentazione, attività fisica, calo ponderale) e può prevedere farmaci antidiabetici orali; nei casi più avanzati può essere necessaria anche la terapia insulinica. Ogni persona risponde in modo diverso alla terapia, che va quindi personalizzata insieme al diabetologo.

Prevenzione

Il diabete di tipo 1 non può essere prevenuto, non essendo legato allo stile di vita. Il diabete di tipo 2, invece, può in molti casi essere prevenuto o ritardato agendo su alcuni fattori modificabili:

  • mantenere un peso corporeo nella norma
  • svolgere attività fisica regolare
  • seguire un’alimentazione equilibrata, limitando zuccheri semplici e grassi saturi
  • sottoporsi a controlli periodici della glicemia, soprattutto in presenza di familiarità o sovrappeso

Come si diagnostica il diabete

La diagnosi si basa su esami del sangue. I principali valori di riferimento sono:

  • glicemia a digiuno: due valori superiori a 126 mg/dl in giorni diversi indicano diabete; valori tra 100 e 125 mg/dl indicano una condizione intermedia, chiamata pre-diabete, da monitorare;
  • glicemia occasionale: un valore superiore a 200 mg/dl, se accompagnato da sintomi tipici, è indicativo di diabete;
  • emoglobina glicata (HbA1c): un valore pari o superiore al 6,5% conferma la diagnosi e riflette l’andamento della glicemia negli ultimi 2-3 mesi.

La glicemia può essere misurata anche con un prelievo capillare (goccia di sangue dal dito), utile per l’automonitoraggio quotidiano di chi è già in cura.

Domande frequenti sul diabete

Il diabete si può guarire?
Il diabete di tipo 1 non guarisce e richiede terapia insulinica per tutta la vita. Il diabete di tipo 2, se diagnosticato precocemente, può in alcuni casi essere tenuto sotto controllo in modo efficace con dieta, attività fisica e calo ponderale, arrivando a una buona gestione dei valori glicemici, ma non si tratta di una guarigione definitiva.

Quali sono i valori normali di glicemia a digiuno?
In una persona senza diabete, la glicemia a digiuno è generalmente inferiore a 100 mg/dl. Valori tra 100 e 125 mg/dl indicano pre-diabete; valori pari o superiori a 126 mg/dl, confermati in due misurazioni, indicano diabete.

Il diabete di tipo 2 si può prevenire?
In buona parte sì: mantenere un peso corporeo adeguato, fare attività fisica regolare e seguire un’alimentazione equilibrata riducono significativamente il rischio, soprattutto in chi ha familiarità con la malattia.

Allergie: sintomi, tipi, cause e cura

Cosa sono le allergie

L’allergia è una reazione eccessiva del sistema immunitario nei confronti di sostanze normalmente innocue, chiamate allergeni. Quando l’organismo entra in contatto con un allergene, il sistema immunitario produce anticorpi specifici (immunoglobuline E, o IgE) che innescano il rilascio di sostanze infiammatorie, come l’istamina, responsabili dei sintomi tipici della reazione allergica.

Gli allergeni più comuni comprendono alimenti, pollini, acari della polvere, peli di animali, veleno di insetti, farmaci e alcuni metalli a contatto con la pelle.

Sintomi delle allergie

I sintomi variano in base al tipo di allergia e alla via di esposizione all’allergene. I più frequenti sono:

  • rinite allergica: naso chiuso o che cola, starnuti, prurito nasale
  • asma e difficoltà respiratorie
  • irritazioni cutanee: orticaria, dermatite atopica, dermatite da contatto
  • congiuntivite allergica, con occhi rossi e lacrimazione
  • disturbi gastrointestinali: nausea, vomito, dolori addominali

Nei casi più gravi si può arrivare all’anafilassi, una reazione allergica generalizzata e potenzialmente pericolosa per la vita, che richiede intervento medico immediato.

Le allergie più comuni

Allergie respiratorie (o stagionali): causate soprattutto da pollini, acari della polvere e peli di animali. Provocano rinite, congiuntivite e, in alcuni casi, asma.

Allergie alimentari: la reazione può comparire pochi minuti dopo l’ingestione dell’alimento (latte, uova, frutta secca, crostacei, pesce e glutine sono tra i più comuni) e coinvolgere pelle, apparato digerente e, nei casi più gravi, l’apparato respiratorio.

Allergie da farmaci: più frequentemente causate da antibiotici e antinfiammatori, si manifestano soprattutto con reazioni cutanee, ma possono interessare anche altri organi.

Allergie al veleno di insetti: la puntura di api, vespe e calabroni può causare, in soggetti allergici, reazioni locali estese o, più raramente, shock anafilattico.

Dermatite da contatto: reazione cutanea localizzata dovuta al contatto diretto con un allergene, ad esempio nichel, cosmetici o alcuni tessuti.

Differenza tra allergia e intolleranza

Allergia e intolleranza vengono spesso confuse, ma sono condizioni diverse. L’allergia coinvolge il sistema immunitario, che riconosce erroneamente una sostanza come pericolosa e reagisce anche a piccolissime quantità, talvolta in modo rapido e severo. L’intolleranza (ad esempio quella al lattosio) non coinvolge il sistema immunitario, ma il sistema digerente o metabolico: i sintomi sono generalmente più lenti a comparire, dose-dipendenti e limitati all’apparato digerente, senza il rischio di reazioni gravi come l’anafilassi.

Le cause delle allergie

La predisposizione alle allergie è in parte genetica ed ereditaria, ma diversi fattori possono favorirne la comparsa o intensificarne i sintomi:

  • esposizione ripetuta o prolungata all’allergene
  • ambiente domestico e presenza di acari, muffe o animali
  • stagionalità (concentrazione di pollini nell’aria)
  • abitudini alimentari e stile di vita

Le allergie possono comparire fin dall’infanzia, ma anche svilupparsi ex novo in età adulta o, al contrario, attenuarsi nel tempo.

Come si trattano le allergie

Non esiste una cura che elimini in modo definitivo la maggior parte delle allergie, ma i sintomi possono essere tenuti sotto controllo con diversi approcci:

  • evitare, per quanto possibile, l’esposizione all’allergene
  • farmaci sintomatici: antistaminici, corticosteroidi (spray, colliri o per via orale), decongestionanti
  • immunoterapia specifica (il cosiddetto “vaccino” per le allergie): consiste nella somministrazione di dosi crescenti di allergene nel tempo, con l’obiettivo di ridurre la sensibilità del sistema immunitario. È l’unico trattamento che agisce sulla causa e non solo sui sintomi.
  • adrenalina per via intramuscolare, da utilizzare in caso di anafilassi in attesa dei soccorsi

La scelta della terapia più adatta va sempre concordata con un allergologo, sulla base del tipo di allergia e della gravità dei sintomi.

Come si diagnosticano le allergie

I principali test diagnostici sono:

  • Prick test: si applicano piccole quantità di allergene sulla cute e si osserva la reazione locale.
  • Prick by prick: variante del prick test utilizzata per le allergie alimentari, con l’alimento fresco.
  • Esami del sangue (RAST/IgE specifiche): misurano la quantità di anticorpi IgE specifici per un determinato allergene.
  • Patch test: utilizzato soprattutto per le dermatiti da contatto, con cerotti allergenici applicati sulla schiena per 48 ore.
  • Test di provocazione: l’allergene sospetto viene somministrato in ambiente controllato, sotto stretta supervisione medica.

Domande frequenti sulle allergie

Qual è la differenza tra allergia e intolleranza?
L’allergia coinvolge il sistema immunitario e può causare reazioni anche gravi con piccole quantità di allergene; l’intolleranza riguarda il sistema digerente o metabolico, con sintomi generalmente più lenti, dose-dipendenti e circoscritti all’apparato digerente.

Le allergie si possono guarire definitivamente?
Nella maggior parte dei casi le allergie si gestiscono, non si guariscono del tutto. L’immunoterapia specifica è l’unico trattamento in grado di ridurre in modo duraturo la sensibilità a uno specifico allergene, in una parte dei pazienti.

Cos’è l’immunoterapia specifica (vaccino per le allergie)?
È un trattamento che prevede la somministrazione di dosi progressivamente crescenti dell’allergene responsabile, con l’obiettivo di desensibilizzare il sistema immunitario nel tempo e ridurre l’intensità delle reazioni.